Dott.ssa Laura Marchi

Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale Pisa e provincia

Categoria: articoli Pagina 1 di 4

Chi sono le partner dei narcisisti? Che caratteristiche di personalità hanno?

Pur non amando le generalizzazioni, spesso fuorvianti e difficilmente applicabili alla complessità delle relazioni umane, con questo articolo proverò a delineare dei pattern relazionali che ho avuto modo di riscontrare con più frequenza nella mia pratica clinica. Esistono sia uomini che donne sofferenti a causa di relazioni non appaganti, talvolta abusanti (emotivamente), con soggetti affetti da un disturbo narcisistico di personalità dalle quali non riescono a sganciarsi, nonostante tutto.

Il primo match relazionale è quello tra narcisista e disturbo dipendente di personalità. Una classica tipologia che si forma sulla base del fatto che la persona dipendente ha convinzioni radicate di scarso valore personale e difficoltà a sostenere scopi di vita autonomi, pertanto necessita della relazione per sostenere autostima e iniziativa. Lo scenario temuto è infatti proprio l’abbandono, vissuto con terrore, al punto che si sottomette al partner in una compiacenza coatta e accetta le sue critiche e il suo disprezzo proprio per evitarlo. Il partner narcisista avrà in una relazione del genere la possibilità di esercitare il suo dominio e veder soddisfatte le sue pretese, che si alimenteranno sempre di più, anche per l’effetto che producono nella relazione, ovvero una sempre maggiore compiacenza. L’autostima già precaria della dipendente finirà per peggiorare sempre di più. La domanda chiave da fare in terapia è: Ma perché hai scelto questo partner? Perché continui a starci nonostante la sofferenza? Perché stai così male di fronte alla possibilità di perderlo, di fronte alle sue critiche, al suo silenzio, ? Come mai ha tutto questo potere dentro di te? Qua si tratta di curare la dipendenza patologica, dare valore alla propria esperienza interna.

Seconda tipologia è l’incontro tra narcisista e narcisista. Non è infrequente che si incontrino un narcisista e una narcisista che vivono momenti idilliaci della relazione (sensazione di aver trovato l’anima gemella, l’amore ideale tanto sognato, soprattutto nella fase iniziale della relazione), destinati a confrontarsi con la realtà e quindi a fare spazio a critiche feroci, litigi e distacco relazionale. Spesso la partner parla del narcisismo del compagno, senza riconoscere che ha lo stesso modo di funzionare. Anche qua si tratta di lavorare sul proprio narcisismo.

Terza tipologia quella che vede uniti in relazione narcisista e borderline. Chi è affetto da un disturbo borderline di personalità è caratterizzato da frequenti e repentine oscillazioni dell’umore che si ripercuotono nella relazione che viene letteralmente vitalizzata (cosa di cui il narcisista si nutre per non sentire il vuoto) da sentimenti di grande amore, passione, idealizzazioni, ma anche di rabbia, richieste di rassicurazioni continue che la border agisce di fronte alla paura dell’abbandono, frequentemente attivata nella relazione con un soggetto narcisista che, di tratto, tende a distaccarsi e a raffreddarsi maggiormente di fronte alle proteste della border.

Uscire da una relazione affettiva che crea sofferenza è possibile, anche se a volte è necessario per riuscirci l’aiuto di un terapeuta. Il punto è lavorare per comprendere, dare valore e legittimità alla propria esperienza interna, ai propri scopi di vita, ai propri bisogni. Riconoscere come la sofferenza di oggi è simile a quella del passato, ma si può modificare dando risposte diverse. Un primo passo da fare è quello di smettere di interrogarsi sul perché dei comportamenti del partner, dei suoi silenzi, delle sue critiche e cominciare a riportare il focus su se stessi, perché io passo così tanto tempo a chiedermi cosa ha in testa lui? Perché do così tanto potere a lui di ferirmi? Il cambiamento parte da qui….sempre…DA SE STESSI.

L’alimentazione regolare: strumento efficace per il controllo del peso e la gestione dei disturbi alimentari

Il campo delle diete e dell’alimentazione è ricco di informazioni che arrivano da molti canali diversi: social media, televisione, riviste, esperti o presunti tali che propongono diete innovative che promettono dimagrimenti miracolosi in tempi record, alimentando la speranza che questo sia possibile e che finalmente questa sarà la volta buona. Troviamo di tutto, dalla dieta chetogenica, alla dieta Zona, Atkins, Tisanoreica, e così via e tutti condividono in linea di principio una riduzione giornaliera della percentuale di carboidrati previsti dalla dieta mediterranea, a vantaggio di grassi e proteine. Le diete a basso contenuto di carboidrati hanno una lunga storia: gli olimpionici greci 2000 anni fa mangiavano molta carne per migliorare la performance sportiva; nel 1863 un opuscolo a cura del dr. Banting dal titolo Letter on Corpulence, Addressed to the Public incoraggiava una dieta di carne, verdura, frutta per perdere peso che è diventata la base sulla quale vengono impostate le più moderne diete iperproteiche che hanno avuto grande popolarità a partire dagli anni ’70. La verità è che le linee guida delle più importanti società scientifiche internazionali raccomandano una lenta e graduale perdita di peso che dovrebbe variare tra 0,5 e 1 kg alla settimana, un monitoraggio costante dell’alimentazione, del peso e dell’attività fisica e l’adozione di una dieta flessibile che comprenda la giusta proporzione di tutti i nutrienti principali (carboidrati, proteine e grassi), limitandone le quantità in modo da creare un bilancio energetico negativo necessario per poter perdere peso. La parola chiave diventa la sostenibilità della dieta, ovvero l’adozione di uno stile alimentare che possa essere portato avanti nel lungo termine senza particolari restrizioni dietetiche, in modo da poter mantenere l’eventuale peso perso, cosa che spesso non viene garantita da diete fortemente restrittive e sbilanciate, che sono oltretutto spesso il fattore precipitante di un disturbo alimentare. Una metanalisi di 29 studi che indagano la perdita di peso a lungo termine evidenzia come più del 50% del peso viene recuperato entro 2 anni e l’80% entro 5 anni.

Le diete a basso contenuto di carboidrati (spesso scelte dalle persone con un disturbo alimentare) promettono perdite rapide di peso nel breve termine e questo è vero in quanto se una dieta ben bilanciata produce un deficit dietetico di 500 kcal al giorno che permette di perdere circa 0,5 kg a settimana, le diete iperproteiche fanno perdere 2-3 kg nella prima settimana, creando entusiasmo ma anche alte aspettative e speranze. Questa maggiore perdita di peso è dovuta ad un aumento della diuresi e, conseguentemente, una riduzione della sensazione di gonfiore. Quindi questa maggiore perdita di peso, legata a una maggiore perdita di acqua nel corpo, è limitata alla prima settimana, successivamente la perdita di peso va di paro passo con le regole del bilancio energetico e non della composizione della dieta. Questo vuol dire che a parità di bilancio energetico, il fatto che una dieta sia iperproteica o mediterranea, non ha influenza sul peso perso (Johnstone et al., 2014). La dieta mediterranea si associa a importanti benefici sulla salute, come la prevenzione di malattie cardiovascolari e di alcuni tumori.

Queste informazioni sono importanti anche alla luce del lavoro che come psicoterapeuti dovremmo affrontare con le pazienti affette da un disturbo alimentari, disturbi caratterizzati da preoccupazioni eccessive nei confronti del peso, della forma del corpo e dell’alimentazione, che seguono regole dietetiche rigide e estreme che, se portate avanti in modo costante portano a sintomi da malnutrizione e sottopeso caratteristici dell’Anoressia Nervosa o, se interrotti da perdite di controllo sull’alimentazione (abbuffate) esitano nella Bulimia Nervosa e nel Binge Eating. Il lavoro di riabilitazione nutrizionale con queste pazienti è una parte importante del trattamento e una strategia fondamentale nell’ambito della terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E) e prevede l’adozione dell’alimentazione regolare strutturata in 3 pasti più 2 spuntini pianificati in anticipo in modo da ridurre il rischio delle abbuffate, le preoccupazioni per l’alimentazione, la sensazione di pienezza (legata al ritardo nello svuotamento gastrico) e dare struttura alla giornata alimentare. Qualsiasi dieta che preveda ulteriori restrizioni (es. nei carboidrati) non solo non è utile ma è addirittura dannosa con queste pazienti (ad eccezione di quelle che hanno un’indicazione medica per dover eliminare alcuni alimenti, es. per allergie o celiachia), il cui obiettivo è uscire da un disturbo dell’alimentazione e quindi portare avanti un’alimentazione flessibile e sostenibile, riducendo le preoccupazioni tipiche del disturbo, conseguenza dell’eccessiva valutazione di peso, forma del corpo e alimentazione e del loro controllo. Aiutare le pazienti ad affrontare i fattori di mantenimento del disturbo significa aiutarle a superare la paura che certi alimenti abbiamo un potere ingrassante di per sè, a pesarsi una volta a settimana per non dare valore pesandosi troppo frequentemente a minime variazioni di peso legate ai cambiamenti nello stato idrico del corpo, ridurre le preoccupazioni per la forma del corpo insegnando loro a guardarsi in modo realistico, investire e trarre piacere da altri ambiti di vita fonte di autostima come le relazioni sociali, danneggiate profondamente dal disturbo alimentare.

 

Il cervello maschile e quello femminile: influenzano le diverse fasi dell’amore, dall’attrazione iniziale alla rottura della relazione?

E’ ormai dimostrato che il cervello maschile e quello femminile presentano differenze sostanziali che influenzano il modo in cui uomini e donne pensano, sentono, si comportano, comunicano, danno significato a ciò che accade. Grazie all’evoluzione delle tecniche di neuroimaging è stato possibile osservare le diverse attivazioni cerebrali e avere anche una base neuroscientifica a ciò che fino ad oggi veniva solo descritto da molte coppie. Tali differenze incidono anche nel modo in cui vengono vissuti attrazione, scelta dei partner, innamoramento, amore, rottura della relazione dagli uomini e dalle donne, sebbene è importante ricordare che nell’essere umano i comportamenti sono sempre il risultato di diversi fattori, tra i quali oltre a quelli biologico-genetici, si aggiungono quelli individuali (storia di sviluppo, ambiente familiare di crescita) e culturali. Conoscere tali differenze aiuta moltissimo a comprendere meglio l’alterità e ad accettarla entro certi limiti. Quante volte le donne si lamentano per il fatto che i loro partner riescono a fare al massimo una cosa per volta, mentre loro in quel tempo ne hanno fatte almeno tre diverse? Questo aspetto è molto spesso causa di litigi e discussioni ma ahimè è tutta colpa del cervello!!!! Il nostro cervello è diviso in due emisferi: 1)l’emisfero destro e quello sinistro. Il primo è responsabile del linguaggio, delle capacità logico-analitiche,  della tendenza alla precisione e attenzione ai dettagli, consente pianificazione e esecuzione di azioni; 2) l’emisfero destro è meno analitico, più in grado di cogliere la complessità di una situazione presa nel suo insieme, è responsabile della tendenza a essere creativi, è intuitivo. Molto grossolanamente si può dire che l’emisfero sinistro è quello logico-razionale, il destro quello delle emozioni. Gli uomini utilizzano maggiormente il sinistro, le donne il destro. Inoltre il fascio di fibre che unisce i due emisferi detto corpo calloso, è più grande nelle donne e questo porta a un maggior utilizzo di entrambi da parte delle donne, grazie a un maggior accesso ad entrambi garantito da connessioni più estese. Quali conseguenze?

Gli uomini sono più orientati ai dettagli, sono attenti alle parole, al contenuto di ciò che ascoltano per capire il problema di fondo, mentre le donne, che utilizzano maggiormente entrambi gli emisferi quando si tratta di parlare e ascoltare, tendono a parlare di più, usare più parole, a esprimersi in modo più ricco, a fare considerazioni. Queste differenze spiegano perché gli uomini tendono spesso a infastidirsi di fronte al fiume di parole della partner e lei, vedendo che non è ascoltata, reagisce offesa sentendosi non amata.

Le donne riescono a fare più cose contemporaneamente perché l’emisfero destro consente di operare in parallelo (fare più cose insieme), a differenza del sinistro (maggiormente usato dai maschi) che consente di operare in seriale (una cosa alla volta). Conoscere come alcune delle differenze tra uomo e donna possano influenzare le modalità comunicative e comportamentali può essere di grande aiuto per avere un atteggiamento più comprensivo e adattarsi meglio all’altro cercando trovare quel giusto compromesso anche sulla base dei suoi limiti e delle sue risorse. Certo non è possibile generalizzare, ci sono profonde differenze tra le persone, indipendentemente dalla biologia, determinate dall’incontro di questa con le influenze ambientali ricevute nel corso dello sviluppo.

Da un punto di vista evoluzionistico, come esseri umani ci siamo evoluti in modo da garantirci sopravvivenza e propagazione del patrimonio genetico attraverso la riproduzione; pertanto anche se gli uomini e le donne di oggi vivono in condizioni molto diverse da quelle dell’uomo della caverna, certe spinte evolutive sono rimaste e influenzano in parte tutte le fasi dell’amore. Ad esempio sapete che gli uomini vengono attratti dalla bellezza e dalla giovane età della partner e questo influenza la scelta? Per bellezza si intende una certa armonia nelle proporzioni del corpo e del viso, che si possono mantenere nonostante il cambiamento che i canoni estetici subiscono nel tempo. Questo perché una donna bella e giovane è anche in grado di portare avanti una gravidanza e di trasmettere dei geni sani; questa influenza esiste anche se non è, evidentemente, rigidamente determinata. Le donne invece sono meno sensibili alla bellezza fisica e più all’intelligenza di un uomo, al suo status sociale, alle risorse economiche di cui dispone, alla sua disponibilità a creare un rapporto stabile. Questo perché? In origine, a differenza della situazione attuale in cui molte donne possono provvedere materialmente alla prole anche senza l’aiuto di un partner, la donna che sceglieva un partner in grado di fornire cibo e protezione a lei e alla prole era più probabile che riuscisse a far crescere i figli e quindi garantire la propagazione dei geni. Non è così lontano da quello che osserviamo nella nostra società attuale: donne giovani in coppia con uomini maturi, non necessariamente così aitanti, ma con ruoli di potere, ricchi e uomini con donne molto belle e giovani. Esistono ovviamente anche casi opposti. Ricordiamoci che la biologia non è tutto, non determina strade uniche e determinate, siamo esseri umani e per nostra natura molto più complessi dei nostri amici animali.

C’è un’altra differenza tra cervello maschile e femminile molto curiosa. Sia nell’uomo che nella donna la frequenza dei rapporti sessuali garantisce una produzione massiccia di ossitocina (soprattutto nelle donne) e vasopressina (soprattutto negli uomini) che favoriscono il passaggio da un legame basato sull’attrazione e il desiderio a un legame più propriamente affettivo. Nell’uomo la maggiore produzione di vasopressina, neurormone secreto dall’ipotalamo, è responsabile della sensazione di possesso, di gelosia, della territorialità, è ciò che spinge l’uomo a sentire la partner come un individuo di sua proprietà e a star male se il suo possesso sfugge o anche solo viene sospettato. L’ossitocina, prodotta in maggiore quantità nel cervello femminile, responsabile delle contrazioni che inducono il parto e prodotta a seguito della stimolazione dei capezzoli durante l’allattamento, si associa alla sensazione di benessere, calore, al comportamento di cura e protezione, e a quella fiducia relazionale che caratterizza le donne molto più degli uomini

 

 

Trattamento cognitivo-comportamentale dell’anoressia nervosa nell’adolescenza

I disturbi dell’alimentazione sono disturbi complessi da un punto di vista sia psichico sia organico e molto diffusi nella popolazione generale; le stime di prevalenza si attestano attorno al 5-15%. La massima incidenza di questa disturbi la troviamo nella fascia di età 14-18 anni, quindi nella prima adolescenza. Questa è la ragione per cui è di estrema importanza riconoscere tempestivamente i primi segni di disturbo alimentare e intervenire con trattamenti efficaci e specialistici, evitando in questo modo la cronicizzazione del disturbo e le conseguenze negative su un piano medico, psichico, sociale e familiare.

I sintomi alimentari sono dei rimedi, delle strategie utilizzate dai pazienti per controllare problemi psicopatologici più profondi quali: un senso pervasivo di inefficacia personale (i pensieri, le azioni, i bisogni sono etero-determinati, non originano attivamente dall’interno), difficoltà a identificare le emozioni, le sensazioni, gli stati interni, identità personale fragile/non strutturata (che va oltre la diffusione d’identità tipica della fase evolutiva adolescenziale), focalizzazione sull’immagine corporea e sua distorsione. L’autostima personale, il proprio senso di efficacia personale, che caratterizza ogni essere umano e che si gioca in vari domini esistenziali, in pazienti con disturbo alimentare si gioca in un unico dominio che è quello del controllo del peso e dell’alimentazione. Le strategie di controllo sono il bersaglio del trattamento, ma è importante riconoscere come terapeuti e far riconoscere ai pazienti, il significato e la funzione che svolgono, prima di poter pensare di motivare al trattamento; esse sono tese a ridurre il senso di pericolo e di vulnerabilità percepita. Il nucleo psicopatologico dei DCA è costituito da convinzioni nucleari profonde che oscillano tra le polarità competente/efficace e incompetente/inefficace. I pazienti cercano di rappresentarsi mentalmente come efficaci attraverso un controllo estremo e rigido dell’alimentazione e la perdita di peso. Tali strategie di controllo sono efficaci nell’anoressia (AN), parzialmente efficaci nella bulimia (il controllo è interrotto dalle abbuffate) e inefficaci nel disturbo da alimentazione incontrollata.

Nel trattamento degli adolescenti, così come negli adulti con AN,  è necessario tenere presente le conseguenze organiche del disturbo che variano a seconda dell’età, della durata di malattia, della gravità del sottopeso: alterazioni cardiache, endocrine, elettrolitiche, del metabolismo osseo, ematologiche e gastro-enteriche. E’ necessario conoscere gli effetti del sottopeso anche sul piano cognitivo, emotivo e sociale: aumento dell’irritabilità, della depressione, dell’ansia, deficit dell’attenzione e di memoria, aumento dell’ossessività e bisogno di certezza, isolamento sociale e riduzione del desiderio sessuale.

Il trattamento cognitivo-comportamentale migliorato per gli adolescenti (CBT-Ea) è stato sviluppato nel 2008 presso l’Unità Funzionale di Riabilitazione Nutrizionale della Casa di Cura Villa Garda in collaborazione con il Prof. Fairburn dell’Università di Oxford e deriva dalla CBT-E per gli adulti. Le linee guida NICE (2017) hanno inserito questo trattamento tra gli interventi supportati da evidenze scientifiche per gli adolescenti con DCA, rappresentando oggi una valida alternativa al trattamento basato sulla famiglia. Si tratta di un trattamento non complesso da comprendere e ricevere, che include strategie per ingaggiare e motivare il paziente facendolo sentire parte attiva del percorso di cura e in controllo (aspetto importante per questa tipologia di pazienti), che adotta un approccio flessibile adattabile alle differenze individuali. Gli obiettivi dell’intervento sono quattro: 1) Motivare il paziente nella decisione di cambiare, un assunto fondamentale è che non vengano adottate strategie prescrittive o coercitive che aumenterebbero solo la resistenza al cambiamento della persona; 2) Affrontare la psicopatologia del DCA: basso peso (se presente), modo sbagliato di alimentarsi, preoccupazione per l’alimentazione, peso e forma corporea, comportamenti estremi di controllo del peso (uso diuretici e lassativi, eccessiva attività fisica, abbuffate e vomito auto-indotto); 3) Correggere i meccanismi di mantenimento del disturbo (specifici del paziente, ad es. il perfezionismo clinico); 4) Assicurare il mantenimento dei cambiamenti ottenuti e prevenire le ricadute. L’intervento adotta strategie cognitivo-comportamentali, sebbene si favoriscano principalmente cambiamenti strategici nel comportamento per ottenere cambiamenti cognitivi (nel modo di pensare). I genitori vengono coinvolti nel trattamento, sebbene questo non sia sempre necessario, e lo psicoterapeuta deve aiutarli a comprendere il funzionamento del disturbo, la natura del trattamento e il loro ruolo di supporter nell’evoluzione dei cambiamenti del figlio/a. Devono essere aiutati a eliminare le critiche e l’eccessivo controllo, due aspetti spesso presenti in queste famiglie, data l’estrema preoccupazione per la salute del figlio. Previo consenso del paziente, i genitori possono essere coinvolti nell’aiutarlo/a ad applicare alcune strategie e procedure del trattamento. In linea generale vengono visti alla fine di una seduta individuale paziente-terapeuta, con il paziente per circa 15 minuti e con una frequenza di una volta ogni 5 sedute.

Le ricerche condotte sino ad oggi sembrano indicare un’ efficacia superiore di questo trattamento negli adolescenti, che raggiungono obiettivi di peso salutare (IMC< 19) in tempi più brevi.

Terapia cognitivo-comportamentale online per i disturbi alimentari: tra nuove sfide e importanti opportunità

Il momento che stiamo vivendo caratterizzato da ansie e paure legate al contagio da Covid-19, isolamento sociale, distanziamento fisico dagli altri, mettono a dura prova il benessere psicologico di tutti noi. Per molti lavoratori i cambiamenti hanno riguardato anche le modalità di lavoro, che si sono appoggiate prevalentemente allo smart working, termine ormai di uso comune per indicare l’utilizzo agile del lavoro, da casa, grazie all’ausilio di devices tecnologici. Questo passaggio dalla modalità face-to-face a quella online ha riguardato anche molte coppie terapeuta-paziente e questo articolo ha proprio lo scopo di riportare delle riflessioni in merito alle nuove sfide ed opportunità che riguardano il trattamento cognitivo-comportamentale  dei disturbi alimentari (CBT-ED) offerto tramite piattaforme online, che per quello che sappiamo oggi può essere un’alternativa efficace e sicuramente consigliata rispetto all’interruzione del trattamento fino a data da destinarsi che porta con sè molti più rischi. Tali riflessioni  recenti provengono da clinici e ricercatori di fama mondiale che si occupano da anni del trattamento di disturbi alimentari (Murphy, Calugi, Cooper, Dalle Grave, 2020).

Di fronte alla pandemia da covid-19 le persone che soffrono di un disturbo alimentare potrebbero sperimentare una ricaduta o un aggravamento dei sintomi, in chi era predisposto al disturbo questo momento di alto stress potrebbe rappresentare un fattore scatenante. Le emozioni di noia, isolamento, ansia, rabbia, la riduzione dei contatti sociali potrebbe essere gestito con un aumento del controllo alimentare (aumento delle regole dietetiche) o del discontrollo e abbuffate con i relativi comportamenti di compenso (vomito, uso di lassativi/diuretici). La sensazione di non poter controllare l’ambiente esterno aumenta il vissuto di impotenza, ansia e paura che porta spesso queste pazienti ad aumentare il controllo sulla loro alimentazione. Ci sono anche casi, però, e questa è la grande opportunità che la pandemia ha portato per qualcuno, in cui problemi più grandi come quelli legati al rischio di contagio, al numero alto di morti, ha ridimensionato l’importanza attribuita al peso, alla forma del corpo e all’alimentazione riducendo di conseguenza la sintomatologia.

Per qualche paziente può essere difficile affrontare l’impossibilità di poter svolgere attività fisica intensa al di fuori dell’ambiente domestico (sempre che ci sia lo spazio per praticarla) e in questo la terapia cognitivo-comportamentale può essere di aiuto anche da remoto, per aiutare a tollerare questi limiti abituandosi a un esercizio fisico più salutare e, dove possibile, ricreativo, sfruttando anche la stessa tecnologia digitale che offre molti corsi di fitness online o in compagnia con un componente della famiglia (es. fratelli). Per coloro che seguono una dieta restrittiva la difficoltà attualmente potrebbe essere quella di non riuscire a trovare tutti gli alimenti da dieta a cui sono abituati. Questa può essere un’opportunità per fare delle scelte alimentari più flessibili (uno degli obiettivi più importanti del trattamento) con la strategia dello scambio dei gruppi alimentari, abituandosi a sostituire un alimento con un altro appartenente allo stesso gruppo (carboidrati, proteine, grassi) che apporta più o meno la stessa energia. Continuare a seguire la pianificazione alimentare può essere più facile in questo periodo, soprattutto per quelle pazienti che lamentano in condizioni di routine quotidiana, di essere troppo impegnate per prestarvi la dovuta attenzione. Questo periodo di rallentamento può essere una grande opportunità. Diversamente, qualcun altro, potrebbe invece, a causa della maggiore permanenza a casa e di spese più abbondanti e meno frequenti, incorrere con più facilità nelle abbuffate avendo sempre a disposizione il cibo e meno possibilità di distrazione date dalle attività alternative, dalle relazioni sociali, dagli impegni lavorativi. Questi aspetti possono essere trattati allo stesso modo delle sedute in presenza anche attraverso la piattaforma online, dove è possibili fare problem solving e trovare creativamente insieme delle soluzioni adeguate.

Per quanto riguarda il lavoro sull’immagine corporea risulta possibile continuarlo da remoto, con alcune difficoltà che possono riguardare il confronto del proprio corpo con altri che potrebbe non essere possibile in vivo, ma che può focalizzarsi sui confronti con modelli presenti sui social, peraltro in aumento in questo periodo di quarantena e, come sappiamo, rischiosi perchè poco realistici e affidabili, ma importanti fattori di mantenimento di insoddisfazione corporea e di preoccupazione per il peso. La gestione del peso, così come i compiti tra una seduta e l’altra, possono continuare in modo collaborativo affidandoci gli screen shot delle schede di auto-monitoraggio o del grafico del peso, utilizzando mail, e così via. Per alcuni pazienti, soprattutto gli adolescenti, la modalità online è preferita a quella in presenza, oltre a essere più flessibile e dare la possibilità di svolgersi nel proprio ambiente (es. la propria camera), cosa che può essere anche più rassicurante.

Per quanto riguarda la condivisione costante e ravvicinata degli spazi con i propri familiari, questo potrebbe rappresentare per qualcuno un aumento dei conflitti, per altri invece potrebbe essere l’occasione per una nuova vicinanza e connessione positiva anche per quanto riguarda la gestione dei pasti.

In sintesi, se la terapia cognitivo-comportamentale migliorata per i disturbi alimentari (CBT-E) è indicata dalle più recenti linee guida del NICE (National Institute for Health and Care and Clinical Excellence, 2017) come il trattamento più efficace per questi disturbi (anoressia, bulimia e disturbo d’alimentazione incontrollata), possiamo continuare a ritenere altrettanto efficace tale trattamento anche in un setting online, così come ci dicono studi precedenti (Mitchell et al., 2008).

 

This year I resolve myself to ignore my arch nemesis in culinary choices and pay much more attention to that angelic voice helping me dine sensibly.

Digiuno intermittente. Funziona davvero?

Il digiuno intermittente (intermitted fasting) è stato proposto da alcuni clinici e ricercatori negli ultimi anni come una modalità alimentare che apporta benefici a livello di sistema immunitario, regolazione arteriosa, di resistenza insulinica, di livelli di trigliceridi e colesterolo, di funzioni cognitive e così via (de Caba & Mattson, 2019). Ci sono diversi modi in cui si può praticare, per esempio mangiando nella prima parte della giornata fino al pranzo e poi digiunare nelle ore successive fino alla colazione del giorno dopo (circa 18 ore di digiuno e un periodo di alimentazione di 6 ore).

Gli studi che sostengono i benefici del digiuno intermittente nell’obesità, asma, malattie cardiovascolari, cancro, ecc hanno diversi limiti: sono condotti nella gran parte dei casi su animali (ratti), tendono a valutare gli effetti della dieta nel breve termine (settimane o qualche mese) non a lungo termine e hanno diversi limiti metodologici. L’unico studio che ha confrontato gli effetti sul peso e sul rischio cardiovascolare di un regime di digiuno intermittente e una restrizione dietetica continuativa (1000 Kcal per le donne e 1200 Kcal per gli uomini) in persone con sovrappeso/obesità non ha trovato differenze significative sia a 12 che a 24 mesi (Headland, Clifton, & Keogh, 2019, 2020). I risultati di questo studio confermano le conclusioni di una revisione metanalitica sistematica di 9 studi di durata minima di 6 mesi, in cui non è stata osservata alcuna differenza nella perdita di peso tra restrizione calorica continuativa e digiuno intermittente (Headland, Clifton, Carter, & Keogh, 2016).

Sebbene non ci siano differenze significative in termini di perdita di peso e miglioramento dei fattori di rischio cardiovascolari tra digiuno intermittente e dieta moderatamente ipocalorica continuativa, alcuni studi hanno dimostrato che il digiuno, ovvero passare molte ore della giornata senza mangiare, e la restrizione dietetica rigida e estrema aumentano il rischio di episodi di abbuffate e l’alimentazione in eccesso e la preoccupazione per il cibo. La ricerca dimostra che le diete fortemente ipocaloriche favoriscono l’aumento di peso a lungo termine negli individui normopeso (Lowe, Doshi, Katterman, & Feig, 2013) e in quelli predisposti è un fattore di rischio per lo sviluppo dei disturbi dell’alimentazione di gravità clinica (Schaumberg & Anderson, 2016; Stice, 2016). Inoltre, gli studi effettuati sul disturbo da binge-eating (BED) hanno confermato che l’assunzione di almeno 3 pasti al giorno è associata a meno episodi di abbuffata rispetto a una minore frequenza di pasti assunti (Masheb, Grilo, & White, 2011). Infine, il consumo regolare della colazione, del pranzo e della cena è significativamente correlato con un indice di massa corporea più basso nelle persone con obesità e BED (Masheb & Grilo, 2006).

La prova più importante a favore  dell’adozione di un’alimentazione regolare (3+2+0) deriva però dai risultati degli studi che hanno valutato gli effetti della terapia cognitivo comportamentale migliorata (CBT-E) per i disturbi dell’alimentazione (Dalle Grave & Calugi, 2020; Fairburn, 2008). Il razionale che sta dietro questa terapia è che l’alimentazione ritardata e le regole alimentari rigide ed estreme siano i più importanti fattori di mantenimento delle abbuffate, pertanto per ridurne la loro frequenza, è necessario non tenere lo stomaco vuoto per più di 4 ore nel suggerire al paziente di pianificare in anticipo 3 pasti principali (colazione, pranzo e cena) e due spuntini (metà mattina e metà pomeriggio) e il non mangiare tra gli intervalli: una procedura anche chiamata 3+2+0. Gli studi hanno dimostrato che la procedura dell’Alimentazione Regolare produce una rapida e significativa riduzione degli episodi di abbuffata solo dopo 4 settimane nella maggior parte dei pazienti con bulimia nervosa (Dalle Grave, Calugi, Sartirana, & Fairburn, 2015; Fairburn et al., 2009) e BED (Grilo & Masheb, 2005).

Per concludere, dato che il digiuno intermittente per quello che ad oggi ci dicono le evidenze scientifiche, non apporta benefici aggiuntivi in termini di perdita di peso e di rischio cardiovascolare rispetto a una dieta moderatamente restrittiva, ma aumenta la preoccupazione per il cibo e il rischio di abbuffate quindi non sembra opportuno proporlo come pratica alimentare. Sembra essere molto più appropriato un regime alimentare salutare, in particolare mediterraneo, ben distribuito in 3 pasti principali più due spuntini; in questo modo si previene il potenziale sviluppo di disturbi alimentari o pattern alimentari disregolati.

Regolare il sistema nervoso con la mindfulness e le risorse somatiche

Quando si parla di psicoterapia siamo abituati a pensare a un rapporto tra paziente e psicoterapeuta che avviene in un determinato spazio fisico e con determinate regole legate al numero, al costo e alla durata delle sedute che si svolge essenzialmente grazie all’uso di interventi verbali, di riflessioni che aprono al cambiamento e alla riduzione dei sintomi. Senza dubbio il lavoro cognitivo, dove per cognitivo intendiamo tutto ciò che riguarda la mente razionale, la logica è una parte importante degli interventi psicoterapici cosiddetti top-down, ma soprattutto negli ultimi anni, a partire dall’ambito della psicotraumatologia, si stanno diffondendo le nuove terapie bottom-up, dove il processo terapeutico viene sostituito perlopiù da un allenamento a riconoscere l’attività mentale in quanto tale. L’attenzione si sposta quindi dai contenuti ai processi mentali, dagli interventi concettuali a quelli meditativi (mindfulness) ed esperienziali. Ciò non vuol dire che nel corso di una psicoterapia non cambino le convinzioni negative o irrazionali, ma il cambiamento non avviene solo per opera di un intervento specificatamente rivolto a questo da parte del terapeuta, quanto piuttosto a opera di una più o meno spontanea trasformazione che accompagna l’aumento di consapevolezza della propria esperienza soggettiva. Lo noti, stia su questo, senta cosa accade… sono gli input che i pazienti ricevono mentre emergono libere associazioni, immagini, pensieri, ricordi, collegamenti, sensazioni corporee, durante una seduta. Il tutto all’interno dell’atteggiamento proposto dalla mindfulness di osservare, accettare, semplicemente notare la propria attività mentale.

QAll’interno di questo quadro concettuale strategie di regolazione del sistema nervoso autonomo diventano parte integrante della psicoterapia, sia essa cognitivo-comportamentale, basata sull’ EMDR, o di approccio psicodinamico. Il sistema nervoso autonomo regola quegli aspetti nel corpo che si verificano automaticamente, come la respirazione, la pressione sanguigna, la digestione, il battito cardiaco, e così via. E’ composto da due ramificazioni: il sistema nervoso simpatico (SNS), il nostro sistema di risposta allo stress, o sistema di attacco o fuga, che viene attivato quando proviamo stress e provoca una iperattivazione del nostro organismo aumentando la pressione sanguigna, il ritmo del respiro, il battito cardiaco, rallentando la digestione, rilassando la vescica, aumentando il livello di energia utile per gestire efficacemente la situazione di pericolo. L’altra ramificazione è costituita dal sistema nervoso parasimpatico (SNP) che è l’esatto opposto. Una volta che l’evento stressante è terminato, riporta alla normalità le funzioni precedentemente allertate dal SNS, ponendoci in uno stato di riposo e rilassamento. Entrambe le ramificazioni vengono sempre coinvolte, ma di solito una è più attiva, l’altra soppressa, quando un sistema è attivo, l’altro è inattivo e viceversa. Quando i due sistemi lavorano in armonia si alternano in modo equilibrato, ma a volte possono esserci disfunzioni del sistema nervoso autonomo, come nel caso più frequente, in cui il SNS rimane dominante per la maggior parte del tempo e il SNP si attiva raramente. Quando questo accade il corpo rimane in uno stato di lotta o fuga tutto il tempo, provocando danni cronici alla salute. Altre volte il SNA è totalmente disregolato e attiva entrambi i sistemi, dall’ansia estrema al collasso. Partendo da questo principio, ovvero la necessità di una regolazione armonica del SNA per mantenere un buon stato di salute e funzionamento generale, nelle terapie corporee si insegnano strategie per imparare a riconoscere e a regolare il livello di attivazione dell’organismo (autoregolazione) in modo da rimanere dentro la cosiddetta finestra di tolleranza, dove possiamo percepire un equilibrio interno evitando i due estremi dell’iper-attivazione (stato di allerta) o di ipo-attivazione (depressione, apatia, rallentamento, collasso).

L’autoregolazione è la nostra capacità di controllare come ci sentiamo e agiamo. Un’autoregolazione riuscita ci aiuta in molti modi. Per esempio, ci può aiutare a:

  • Mantenere l’attenzione su un compito
  • Rispondere senza difficoltà alle sensazioni
  • Persistere di fronte alla difficoltà
  • Mantenere un sentimento di appagamento
  • Controllare le emozioni
  • Far corrispondere il livello di energia alla situazione
  • Promuovere comportamenti sani (mangiare quando si ha fame, smettere quando si è sazi, ecc).

Quindi nel corso della terapia il paziente imparerà a riconoscere e percepire come il disagio per una situazione specifica si manifesta nel corpo. Questo è il primo step. Poi ci sono diversi interventi centrati sulle risorse somatiche (segnali che provengono dal nostro corpo) per imparare a auto-regolarsi; vediamo quali:

  • Grounding: radicare il corpo nel qui e ora, attraverso la percezione della schiena, del bacino e dei piedi sul pavimento, permette di percepire il supporto che viene dalla sensazione di essere “con i piedi per terra” e favorisce una maggiore presenza.
  • Orientamento: radicare il corpo nel qui e ora, riprendendo contatto con l’ambiente intorno a noi, permette di portare l’attenzione dalle sollecitazioni interne sopraffacenti all’esterno, ripristinando il senso dell’orientamento. Sono qui, non sono altrove.
  • Centratura: radicare il corpo nel qui e ora, attraverso la percezione del proprio centro (è un’area appena sotto l’ombelico), permette di canalizzare l’energia nel bacino, riducendo la dispersione dell’attivazione in altre parti del corpo e sperimentare una maggiore presenza.
  • Respiro: radicare il corpo nel qui e ora, attraverso la percezione delle proprie modalità respiratorie, della fluidità, dell’espansione o della sensazione che ci sia poco “spazio” interno per respirare, si favorisce la possibilità di modificare laddove presente ad esempio una sensazione di costrizione, favorisce la possibilità di aumentare la capacità respiratoria, aumentando la percezione dei polmoni, del torace e quindi di avere “spazio” per poter respirare.
  • Auto-contenimento: radicare il corpo nel qui e ora, attraverso l’effetto calmante che ha il contatto corporeo, l’appoggio di una mano sulla parte che si sente eccessivamente attivata, il “prestare attenzione” con un atteggiamento accuditivo all’attivazione, favorisce la capacità di contenere o calmare uno stato di attivazione elevato.
  • Auto-appoggio: radicare il corpo nel qui e ora, attraverso l’autostimolazione tattile si favorisce il collegamento tra due distretti corporei che sono funzionalmente scissi tra loro. Se per esempio la scissione avviene tra il torace e la parte bassa dell’addome, l’auto-appoggio di una mano favorisce la percezione dei due distretti corporei, facilitandone il processo di coesione.
  • Allineamento: radicare il corpo nel qui e ora, attraverso l’allineamento e la percezione della verticalità della colonna, si favorisce il raddrizzamento della schiena e un cambiamento posturale che può permettere di sentirsi più stabili, più presenti a se stessi, banalmente perchè si è “dritti” davanti a un evento da affrontare.
  • Postura: alcune posture sono difensive, protettive, con l’ausilio delle risorse somatiche aiutiamo i pazienti a portare a compimento le azioni incomplete, elaborando il trauma nel corpo.

Imparare ad autoregolarsi richiede tempo e allenamento come ogni nuovo apprendimento; il terapeuta in questo caso si rivela una guida, un modello e ha una funzione di contenimento ulteriore di fronte ai temi dolorosi che emergono nel corso del lavoro insieme. Un approccio di questo tipo può essere di aiuto in molti casi, non solo per coloro che hanno vissuti traumatici.

Stile di attaccamento, regolazione delle emozioni e dipendenza dai Social Network

L’uso dei social network, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione, è attualmente ampiamente diffuso. Dalla nascita di Facebook in Italia nel 2008 ad oggi si sono moltiplicate le piattaforme digitali da utilizzare per chattare, video-chiamare, entrare in relazione con gli altri. Ora più che mai l’emergenza sanitaria in corso e le misure di quarantena e distanziamento sociale imposte dal governo hanno incoraggiato l’uso di Social Network (SN) come risorse utili, alternative ai rapporti vis a vis, al momento impossibili. Sebbene siano chiari soprattutto in questa fase i benefici dei social network per ampliare e mantenere le relazioni sociali, favorire il rilassamento e superare i limiti imposte dalle distanze fisiche, il loro uso eccessivo e improprio, può avere un effetto dannoso sulla salute, fino a inquadrare una vera e propria dipendenza. L’uso compulsivo dei social network porta a livelli più alti di ansia, invidia e depressione (Appel et al., 2016; Liu & Ma, 2018; Keles et al., 2019). La dipendenza o addiction nel linguaggio inglese da social network può essere definita come il fallimento del controllo sull’uso dei SN nonostante le evidenti conseguenze negative (Kuss & Griffiths, 2017).

Uno studio recente (Liu & Ma, 2019) ha indagato il ruolo dello stile di attaccamento e delle difficoltà emozionali come fattori coinvolti nello sviluppo di una dipendenza da SN. Lo stile di attaccamento si forma nelle prime interazioni tra il bambino e i suoi caregivers primari (spesso i genitori). Questi primi legami emozionali portano alla formazione di modelli operativi interni, ovvero rappresentazioni di sè e delle relazioni. Questi modelli tendono ad essere relativamente stabili nel tempo e quindi formano le basi per le relazioni romantiche successive. Se l’adulto che si prende cura del bambino è affidabile, responsivo, disponibile, il bambino svilupperà un attaccamento sicuro, se invece il genitore è indisponibile, imprevedibile nella sua capacità di rispondere ai bisogni del bambino, porterà allo sviluppo di modelli interni negativi e a un attaccamento insicuro-ambivalente o evitante. Nel primo caso il bambino tenderà ad amplificare le sue reazioni emotive per ottenere prossimità e ascolto da parte del genitore, nel secondo caso il bambino imparerà a negare i suoi bisogni relazionali e affettivi e a cavarsela da solo.

Alcuni studi hanno mostrato un’associazione positiva tra attaccamento insicuro-ambivalente e dipendenza e un’associazione negativa tra attaccamento evitante e dipendenza. Questi risultati possono essere compresi alla luce del fatto che la funzione primaria del social network è quella di favorire e mantenere i legami sociali e ottenere conforto e supporto sociale. La teoria dell’attaccamento è stata concettualizzata come teoria della regolazione emozionale (Shore & Shore, 2008). Con regolazione emozionale si intendono una serie di abilità che consentono di percepire, mantenere o modificare le proprie esperienze emozionali rispetto alla loro frequenza, intensità o durata. Numerosi studi hanno trovato che attaccamento insicuro e disregolazione emotiva sono positivamente correlate e queste due variabili  inoltre sembrano favorire problemi affettivi e la la messa in atto di comportamenti maladattivi, come l’uso problematico di internet (Estevez et al., 2018), disturbi alimentari (Norrish et al., 2019), ansia (Marques et al., 2018) e depressione (Owens et al., 2018). Difficoltà nella regolazione affettiva sono in particolare considerati fattori di rischio sia per l’abuso di sostanze sia per addiction comportamentali (da smartphone, gioco d’azzardo, ecc). Uno studio recente mostra che una regolazione emotiva disfunzionale sembra predire un uso problematico di Facebook (Marino et al., 2019).

Uno studio recente ha indagato la relazione tra stile di attaccamento, regolazione affettiva e uso problematico dei social network su un campione di 463 studenti in Cina (Liu & Ma, 2019). I risultati dello studio mostrano che lo stile di attaccamento ansioso-ambivalente predice in modo positivo la dipendenza da internet mentre uno stile evitante non lo predice. La disregolazione emotiva media parzialmente la relazione tra attaccamento ansioso e dipendenza da social network, ma non media quella tra attaccamento evitante e dipendenza da social network. Questo risultato significa che gli individui con alti livelli di attaccamento ansioso tendono ad avere un più forte bisogno di appartenenza, feedback e conforto, bisogni che possono essere soddisfatti in qualche grado dalla dipendenza da social network. Questi individui è più probabile che spendano più tempo sui social network e lo usino quando percepiscono stati emotivi negativi che, a causa di una difficoltà a regolare le emozioni in modo funzionale, utilizzeranno più facilmente internet in modo compulsivo con lo scopo di alterare l’umore, cosa che invece porterà allo sviluppo di una dipendenza e quindi a un peggioramento globale del benessere.

Questi risultati sono interessanti alla luce di quello che sta accadendo in questo momento dove l’uso dei social media è molto più alto a causa della quarantena. Se accanto a questo utile mezzo di regolazione emotiva e di contatto sociale si affiancano altre strategie, gli individui tenderanno a mantenere un buon equilibrio emotivo e un utilizzo limitato nel tempo, ma se questo comportamento impatta in individui insicuri con difficoltà a regolare emozioni, emozioni che con molta probabilità tendono ad essere negative in un momento come questo di incertezza, paura, solitudine, depressione, l’esito potrebbe essere quello di una dipendenza vera e propria, dove non si può più fare a meno della piattaforma digitale per regolare i propri stati d’animo che, però in questo modo, peggioreranno sempre più.

Articoli scientifici appena pubblicati sugli aspetti psicologici e le misure di intervento per il Covid-19. Cliccate sui link sottostanti per accedere alla rivista e scaricare articoli completi

Psychological distress among healthcare professionals involved in the Covid-19 emergency: vulnerability and resilience factors

Psychological intervention measures during the COVID-19 pandemic

Psychological resources against the traumatic experience of COVID-19

La coppia e la sessualità al tempo del Coronavirus

Il momento che stiamo vivendo è senza dubbio difficile da diversi punti di vista: sanitario, economico, psicologico e sociale. Ci sentiamo vulnerabili e impotenti di fronte a una pandemia che ha provocato migliaia di morti nel nostro paese e che ha modificato profondamente la vita di ciascuno di noi creando una netta spaccatura tra un prima Covid-19 e un dopo che è ancora molto incerto e privo di sicurezza. Un aspetto che con questo articolo voglio trattare è quello della coppia perchè, se per alcune coppie, questo momento rappresenta un nuovo e positivo riavvicinamento, per altre comporta un aumento di conflittualità interna e di disagio con evidenti conseguenze anche sulla sessualità.

Come ci ricorda bene Shopenhauer nella sua celebre metafora dei porcospini, una coppia funziona bene quando riesce a trovare un sano equilibrio tra le naturali esigenze di vicinanza/intimità e di autonomia; in questo momento il rischio maggiore del disagio di coppia è legato spesso ad un eccesso di vicinanza che vede gli individui a stretto contatto frustrando quel bisogno sano di avere uno spazio personale, non solo fisico ma soprattutto psicologico. Le realtà sono molto diverse le une dalle alte; è evidente che avere una casa sufficientemente grande da consentire a ciascuno di avere un proprio angolo fisico è diverso da avere un piccolo bilocale da condividere interamente con un’altra persona e magari un figlio. Mai come in questo momento è importante saper gestire al meglio il rapporto con l’altro riconoscendo a se stessi e all’altro il bisogno di un’autonomia che, se prima era garantita dal lavoro fuori casa, dagli amici, dallo sport, oggi deve essere ricreato all’interno della propria abitazione. Le discussioni ci saranno, ma è importante saperle gestire in modo assertivo, ricordandosi di comunicare all’altro sempre in termini di “Io avrei bisogno di…..io quando fai così mi arrabbio perchè…” evitando espressioni del tipo: “Tu fai, tu dici sempre, tu sei”… perchè questo tipo di comunicazione orientata alla critica e al giudizio dell’altro mette l’altro sulla difensiva e apre il conflitto e il ritiro dalla relazione, che in un momento come questo, può avere conseguenze molto negative, data la maggiore vulnerabilità di ciascuno di noi. Cerchiamo per quanto possibile di evitare quella famosa “sindrome pedagogica”, più tipica delle donne, in cui ci si pone come le esperte di turno (es. “questa cosa va fatta in questo modo, non si fa così”) perchè questo apre il conflitto e anche la sindrome dell’indovino (es. “secondo me tu fai così perchè pensi questo”). Cerchiamo di avere il coraggio di prendere il proprio spazio senza ferire l’altro con attacchi ingiustificati. I propri bisogni vanno dichiarati perchè sono legittimi e essenziali per la soddisfazione di coppia. E’ molto importante usare la nostra intelligenza emotiva, quindi la capacità di calmarsi, di liberarsi dall’ansia, dalla tristezza o dall’irritabilità, tutte emozioni naturali in questo clima emergenziale, per riprendersi rapidamente dai conflitti e non creare pericolose escalation.

Vestiamoci la mattina come se dovessimo uscire, manteniamo la cura di sè, cerchiamo di avere attenzione al corpo, questo permette di pensarci come attivi e positivi. Ci sono diverse coppie che in questa realtà vivono la difficoltà dello stare insieme, pensiamo alle coppie che vivevano realtà laterali (storie parallele) che spesso hanno protetto la relazione centrale (es. il matrimonio) e che, in questo momento, sono in pausa. Le coppie appena nate, non conviventi, che vivono la distanza fisica, quelle adolescenziali, quelle che per poter stare insieme hanno scelto di iniziare subito una convivenza magari in un tempo molto precoce rispetto alla nascita della relazione che potrebbero far fatica ad adattarsi. Poi ci sono le realtà più drammatiche, i casi di violenza intra-familiare, che in questa fase può esacerbarsi con la più alta probabilità che anche i figli ne siano costantemente esposti.

Non ci sono ricette preconfezionate per le coppie, perchè ogni coppia ha una sua danza che procede in sincronia e allora tutto va bene o può perdere il ritmo comune e diventare fonte di insoddisfazione e sofferenza. In questo momento la danza è messa in crisi da un cambio improvviso e inatteso delle normali routine, quelle che danno una certa sicurezza e prevedibilità e che fondano un equilibrio di coppia. è importante quindi in questa fase se volete salvare la vostra coppia evitare accuse, discussioni troppo accese, silenzi irritati, molto più utile è invece quello di legittimare e esprimere i propri bisogni, spazi, necessità cercando il modo di rispettare gli stessi anche nel partner.

 

 

Pagina 1 di 4

Created with WP & Love

× Whatsapp