Dott.ssa Laura Marchi

Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale Pisa e provincia

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L’ EMDR nel primo soccorso psicologico al tempo del Covid-19

L’ EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico evidence based raccomandato dall’OMS, per il trattamento del trauma e dello stress traumatico. Si tratta di una metodologia che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destra-sinistra, per trattare i disturbi legati a esperienze traumatiche. Nel 2018, l’Associazione EMDR Italia è stata inserita nell’elenco delle Società Scientifiche delle professioni sanitarie, riconosciute dal Ministero della Salute (ai sensi del dm 2 agosto 2017 – Legge Gelli).

In un momento come questo molte certezze sono venute meno e il senso di vulnerabilità cresce. Le persone hanno paura, tutti siamo potenzialmente contagiabili e tutti potremmo contagiare altre persone, nessuno è immune perchè non esiste un vaccino o una cura specifica contro il coronavirus. Il nostro senso di sicurezza è stato alterato in modo rapido e improvviso, come avviene sempre nei casi di emergenza. La paura di morire cresce. Insieme a questo, la risposta emotiva delle persone può essere caratterizzata dalla rabbia che, per qualcuno, è la risposta migliore, sebbene poco funzionale, in un clima in cui non abbiamo controllo su nulla e sentiamo di aver perso la possibilità di gestire la propria vita in autonomia (non sappiamo quando finirà la quarantena, non possiamo progettare il futuro, ci sentiamo in balia degli eventi) La rabbia verso qualcuno considerato responsabile/capro espiatorio ci illude di recuperare almeno un pò di controllo e una spiegazione a ciò che appare privo di senso.  Un’altro tema che emerge è quello della responsabilità/colpa che per qualcuno è fonte di grande sofferenza, pensiamo a coloro che sono risultate positive al Covid-19 e hanno infettato i propri cari. Tutte queste risposte sono risposte normali di fronte a una situazione anormale, che la nostra mente fa fatica a sopportare da un punto di vista psicologica.

In modo particolare, in questa emergenza sono gli operatori sanitari a vivere in prima linea uno stress che può diventare post traumatico se non vengono presi seri provvedimenti in loro aiuto. Lavorano in un costante stato di allarme legato alla paura e al maggior rischio effettivo di contagiarsi, i turni massacranti a cui sono sottoposti impediscono loro di decomprimere lo stress attraverso pause e riposi tra un turno lavorativo e l’altro, così vitali per la salute psichica oltre che fisica. Per non parlare poi del rischio di traumatizzazione vicaria, la sintomatologia post-traumatica che insorge come conseguenza della relazione di aiuto di persone che soffrono, che vivono il trauma della terapia intensiva e che, in diversi casi, muoiono in solitudine. Agli operatori sanitari spetta la gestione dei familiari che non possono vedere i loro cari malati, a loro spetta la comunicazione della morte o dei cambiamenti nelle condizioni di salute, così repentine. Si sentono impotenti, nonostante i grandi sforzi, le morti sono numerose. Tutto questo li espone a un livello di stress elevato che, se entro certi limiti, è assolutamente funzionale al lavoro, non è questo il momento per loro di smobilitare emozioni dolorosi, questo è il momento dell’azione, devono adoperarsi per gli altri. Ma un punto importante è che per poter lavorare al meglio è necessario dare loro strumenti per decomprimere, ovvero imparare ad abbassare anche se di poco, il livello di attivazione dell’organismo quando supera la finestra di tolleranza, quella zona entro la quale possiamo esseri certi di funzionare al meglio.

Per questo esistono diversi strumenti di facile applicazione, brevi che derivano dalla grande esperienza dell’Associazione EMDR in ambito emergenziale e psico-traumatologico proprio per imparare a riconoscere e abbassare il livello di stress negativo, cioè quello che danneggia la salute.

Stress da quarantena: quando finirà? Cosa ci può aiutare?

La quarantena, misura imposta dal governo per fronteggiare la pandemia del Covid-19, è una misura che, sebbene necessaria per limitare la diffusione del contagio, ha importanti conseguenze psicologiche sulle persone e l’intera comunità, dal momento che comporta una forte limitazione della libertà personale e dei contatti sociali, entrambi bisogni fondamentali dell’essere umano e elementi imprescindibili per il mantenimento del benessere psicologico.  Al momento non sono presenti in letteratura scientifica dati epidemiologici precisi sulla prevalenza dei sintomi psicologici secondari alla quarantena, pertanto questa breve articolo farà riferimento a studi scientifici che hanno indagato le reazioni psicologiche di persone che hanno vissuto emergenze sanitarie e misure di contenimento simili in passato (es. SARS). Secondo tali studi, la maggior parte delle persone messe in quarantena può sviluppare un disagio significativo, che può andare dallo sperimentare sentimenti negativi gestibili di vuoto, tristezza, ansia, paura, frustrazione, noia a veri e propri disturbi diagnosticabili, come ad esempio il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD).

Reazioni comuni alla quarantena sono:

➢ Umore deflesso, tristezza, afflizione, colpa
➢ Irritabilità, nervosismo
➢ Insonnia
➢ Rabbia
➢ Paura
➢ Confusione, torpore
➢ Punteggi elevati agli strumenti di valutazione del Disturbo da stress post-traumatico

Gli studi ci dicono anche che gli effetti psicologici secondari alla quarantena possono durare molto tempo dopo il termine dell’isolamento, anche tre anni dopo. Questo significa che è molto importante non trascurare la mente in questo momento emergenziale perchè il rischio è quello di un protrarsi e cristallizzarsi della sintomatologia post-traumatica. Si può andare da un lento ritorno alla normalità al verificarsi di veri e propri disturbi o episodi di malattia psichiatrica. Sono stati riportati in particolare:
➢ Protrarsi di comportamenti di evitamento per paura del contagio (riduzione dei contatti, della frequentazione di luoghi chiusi e/o affollati)
➢ Mantenimento di norme igieniche eccessive (lavarsi troppo spesso le mani)
➢ Abuso o dipendenza alcolica

E’ evidente che, sebbene non siano totalmente chiariti dalla ricerca i fattori che spiegano la differenza tra coloro che a seguito di eventi traumatici sviluppano patologie e chi non le sviluppa, alcune variabili sono ben documentate. Fattori di vulnerabilità possono essere:

➢ Una rete familiare scarsamente supportiva
➢ Un basso livello culturale
➢ Problemi finanziari
➢ Anamnesi psichiatrica positiva

Lavorare in ambito sanitario può essere, pur se non confermato in modo univoco, un elemento di rischio, comportando una maggiore frustrazione professionale fino al born-out e al PTSD e una maggiore preoccupazione di poter contagiare altre persone, oltre che la stigmatizzazione da parte della comunità.

Alcune condizioni oggettive della quarantena possono fare la differenza nel determinare o meno certe reazioni psicologiche negative:
➢ La durata del periodo di isolamento
➢ La preoccupazione di poter infettare altri (p.e. i familiari)
➢ La sensazione di non sentirsi inseriti in una rete sociale (anche attraverso i contatti telematici)
➢ La difficoltà nel procurarsi i beni di prima necessità
➢ La carenza di informazione e di indicazioni comportamentali chiare
➢ La sfiducia nelle istituzioni deputate a garantire la salute pubblica

Per ridurre l’impatto della quarantena alcune attenzioni possono fare la differenza (oltre a cercare di limitarne la durata al minimo necessario):
➢ Dare informazioni accurate, combattere i «fantasmi» catastrofici
➢ Stimolare la consapevolezza della necessità dei provvedimenti, migliore garanzia del loro rispetto, educando alla responsabilità verso gli altri.
➢ Garantire puntualmente i beni di prima necessità
➢ Mantenere viva la comunicazione, attraverso telefono e social network, tra persone e con le istituzioni sanitarie
➢ Evitare la stigmatizzazione degli operatori sanitari e sociali «in prima linea» che devono arretrare per il periodo di quarantena

Diventa molto importante il supporto psicologico, anche tramite telefono, in ottica preventiva sia per le fasce di popolazioni più vulnerabili, compresi gli operatori sanitari, maggiormente esposti al fenomeno di traumatizzazione vicaria, ovvero al trauma secondario all’esposizione alla sofferenza di coloro di cui si prendono cura. Inoltre sono possibili interventi più specifici (defusing e debriefing) che hanno l’obiettivo di lavorare con coloro esposti a eventi traumatici in modo diretto e che hanno l’obiettivo di contenere le reazioni acute da stress e di prevenire eventuali esiti psicopatologici nel lungo termine.

 

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Gli effetti psicologici del coronavirus

Se da circa un mese a questa parte tutti i media danno ripetutamente informazioni alla popolazione di natura medica, comportamentale, sul numero dei contagi, dei decessi e su quello dei guariti, poche sono le informazioni relative alle importanti ripercussioni emotive e psicologiche che ciò che stiamo vivendo in questi giorni può avere e su come fronteggiarle.

E’ inevitabile che una delle conseguenze importanti deriva dalla necessità, più che doverosa, di modificare drasticamente le proprie abitudini di vita, restando a casa, interrompendo per molti la propria attività lavorativa e soprattutto sociale. Tutto questo limita la propria libertà individuale e impone per qualcuno (chi vive da solo che rappresenta una grande parte della popolazione italiana) affrontare la solitudine, l’assenza di contatti intimi, affettivi che sono fondamentali per il nostro benessere psicologico. Per molti anziani, i soggetti più a rischio per le conseguenze del contagio, questo significa non vedere i propri nipoti, rinunciare ai loro rapporti quotidiani (vitali) con figli, amici, parenti. In un momento di stress elevato in cui la presenza dei propri affetti sarebbe una importante fonte di conforto e di rassicurazione per poterlo gestire al meglio, molti (a meno che non conviventi) sono costretti a rinunciarci.

Se gli anziani sono più vulnerabili da un punto di vista medico è anche vero che lo sono anche da un punto di vista psicologico perchè per loro si apre il capitolo solitudine con tutte le conseguenze che questo può portare. In molti casi non sono abituati ad utilizzare i social, che in questo periodo, aiutano molto a sentire la connessione con gli altri, conosciuti e non.  “State a casa”, che è l’imperativo di queste settimane, significa state soli, deprivati di contatti umani e affettivi, oltreché di tutte le attività di svago e fonte di benessere (sport, giochi, spettacoli, feste, cinema, teatri, circoli, club, associazioni e così via).

In altri casi la convivenza forzata può portare a galla in maniera “esplosiva” tensioni e conflitti familiari tenuti sotto controllo da una quotidianità scandita da impegni lavorativi, sport, relazioni che riescono a salvaguardare un equilibrio che, privato degli elementi di ancoraggio mantenuti sino a quel momento, può saltare portando con sè conseguenze molto gravi che possono sfociare in un aumento dei litigi fino alla violenza familiare a di i figli, in casa pure loro, diventano testimoni.

Cosa comporta tutto questo?

Se per alcuni questo periodo è costellato da sentimenti di ansia, solitudine, irritabilità, senso di costrizione, vuoto, tristezza, uniti alle preoccupazioni economiche e per la salute propria e dei propri cari, per altri, con meno risorse emotive e pratiche le conseguenze possono essere quelle di veri e propri disturbi depressivi, ansiosi che potrebbero durare a lungo e non risolversi spontaneamente.

Cosa possiamo fronteggiare questo periodo

Mi sento di dare qualche suggerimento per poter fronteggiare al meglio da un punto di vista psicologico questo periodo difficile che tutti stiamo vivendo e che non sarà breve. Innanzitutto scegliere bene le fonti di informazioni. Nei momenti di emergenza in cui la paura e l’irrazionale inevitabilmente rischiano di prendere il sopravvento, bisogna avere molta cura di sè e non mettersi in condizione di esporsi a informazioni non veritiere, allarmanti e non fondate su datti scientifici e oggettivi. I canali da seguire sono il  sito del Ministero della Salute: www.salute.gov.it e quello dell’Istituto Superiore di Sanità: www.epicentro.iss.it. E’ importante anche non sovraesporsi a queste informazioni, pertanto scegliere un momento massimo due della giornata da dedicare alle notizie sul coronavirus; farlo più spesso implica tenere il proprio sistema nervoso in uno stato di iper-allerta costante creando una condizione di stress cronico. Altra cosa importante non interrompere “per quanto possibile” la propria routine rispettando sempre le indicazioni di sicurezza vigenti: in questo momento di grande incertezza è importante ancorarsi a ciò che è certo e prevedibile. Quando è possibile continuare a lavorare da casa, cercare di riposarsi adeguatamente evitando di esporsi a notizie sul coronavirus la sera prima di andare a dormire e sostituirle con attività piacevoli (leggere, ascoltare musica, vedere un film, scrivere, cucinare per il giorno dopo, fare un bagno caldo, meditare, ecc). Questa può essere un’occasione per sviluppare la propria creatività e sperimentare nuove attività da fare a casa in un momento in cui abbiamo il tempo di farlo. Cercare di mangiare bene e in modo regolare, molta frutta, verdura e cereali che rafforzano il sistema immunitario. Ricordarsi di staccare la spina, usare la tecnologia in modo intelligente, fare video-chiamate, ricontattare persone che non si sentono da un pò, prediligere le telefonate e le videochiamate agli sms perchè ci fanno sentire più in contatto con gli altri, sebbene questa comunicazione non possa sostituire quella vìs a vìs. Parlate con una persona di fiducia, ma ricordate di parlare anche di altro, di tutto quello di cui avreste parlato se adesso non ci fosse il coronavirus. E’ molto importante preservare il proprio benessere psicologico in un momento in cui lo stesso è messo a dura prova.

In sintesi il momento storico che stiamo vivendo ha e avrà molte ripercussioni sulla nostra psiche e sulle dinamiche sociali oltre che economiche. Siamo in un momento di stress acuto, la paura è centrale nella vita di ognuno, per qualcuno è molto vicina, per altri meno, ma è dentro ciascuno di noi. Questo può portare a una sintomatologia da stress acuto provocata da un pericolo reale per la vita proprio e altrui, un pericolo sconosciuto, aggressivo, incontrollabile che è caratterizzata da: pensieri e/o immagini intrusive, ricorrenti, involontarie legate al coronavirus, sogni spiacevoli il cui contenuto e/o le emozioni sono collegate allo stesso, difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni, irritabilità, ipervigilanza, problemi di concentrazione, alterato senso di realtà del proprio ambiente o di se stessi (stato confusionale, rallentamento del tempo, ecc). Questa sintomatologia potrebbe risolversi nell’arco di un mese, il tempo necessario affinchè il cervello elabori i profondi e improvvisi cambiamenti e la perdita totale di controllo, ma in alcuni casi potrebbero perdurare.

Cosa fare?

Occorre monitorare il proprio umore, cogliendone i segnali di un significativo abbassamento: irritabilità, tristezza, sonno ridotto o disturbato, apatia, pensieri catastrofici, solo per fare alcuni esempi. Allo stesso modo è bene prestare attenzione allo stato di salute psicologica dei nostri cari, soprattutto delle persone più a rischio ed aiutarle a ridurre in ogni modo possibile la percezione di isolamento e alienazione.

Ove si ravvisino segnali di franchi disturbi depressivi o ansiosi è bene cercare di intervenire precocemente, cercando l’aiuto di uno psicoterapeuta cognitivo comportamentale, molti dei quali disponibili anche a sedute online, almeno temporaneamente. Nei casi più importanti o dove la psicoterapia non sia possibile o sostenibile è bene allertare il medico di base, che valuterà se e come avviare la persona a una terapia farmacologica di supporto.

Il paradosso delle tecniche di rilassamento: quando invece di rilassare inducono l’ansia

tecniche di rilassamento controproducentiIl Disturbo d’Ansia Generalizzata (DAG) è caratterizzata da un rimuginio eccessivo e incontrollabile e da ansia scatenata da un ampio range di potenziali eventi negativi futuri (Newman et al., 2013).

Il rimuginio è l’aspetto centrale di questo disturbo, ma è presente anche in altri disturbi d’ansia, depressivi e disturbi di personalità.

Le tecniche di rilassamento (rilassamento muscolare progressivo, respirazione diaframmatica, ecc) vengono spesso impiegate nel trattamento cognitivo-comportamentale del DAG.

Lo scopo principale delle tecniche di rilassamento è quello di insegnare alle persone abilità di coping che le aiutino a rilassarsi rapidamente e a ridurre la risposta ansiosa. I soggetti vengono invitati ad allenarsi quotidianamente nella tecnica di rilassamento proposta dal terapeuta in seduta in modo da imparare ad applicarla nella quotidianità in risposta a eventi o stimoli fonti di ansia.

Il beneficio è quello di arrivare a una riduzione della tensione fisiologica e dell’ansia applicando la tecnica alla prima comparsa di tensione o di rimuginio, in modo da interrompere il circolo vizioso che porta all’aumento dell’ansia e della tensione fisica stesse (Borkovec and Costello, 1993; Öst, 1987).

Il rilassamento però non porta sempre a una riduzione dell’ansia, al contrario potrebbe aumentarla in certi individui. Questo aumento paradossale viene chiamato Ansia Indotta dal Rilassamento e, nella dicitura inglese Relaxation Induced Anxiety(RIA; Heide and Borkovec, 1983). Questo fenomeno è stato descritto come un picco di ansia, tensione muscolare, pensieri o immagini ansiogene in individui che si stanno impegnando in esercizi di rilassamento (Heide and Borkovec,1983; Heide and Borkovec, 1984).

E’ piuttosto singolare questo fenomeno considerando che l’ansia come esito del rilassamento è esattamente l’opposto di quello che si propone di ottenere e che i soggetti con disturbi d’ansia, che hanno più bisogno di imparare il rilassamento e quindi di ridurre lo stato ansioso, sono anche quelli più vulnerabili a risposte di ansia inaspettate.

Sfortunatamente, è stata data poca attenzione al fenomeno dell’ansia indotta dal rilassamento. Heide and Borkovec (1983) sono stati i primi a studiarlo in una ricerca dove è emerso che tra i partecipanti con tensione cronica, il 30.8% di coloro che si impegnavano nel rilassamento muscolare progressivo e il 53.8% di coloro che praticavano la meditazione sperimentavano RIA. Similmente, Norton et al. (1985) ha trovato che l’ansia indotta del rilassamento era associata con livelli più alti di rimuginio, ansia e frequenza cardiaca.

Un altro studio ha trovato che individui con livelli più alti di RIA avevano una paura più elevata di diventare ansiosi e di perdere il controllo delle loro risposte di ansia rispetto agli individui con livelli più bassi di RIA (Braith et al., 1988).

Questo fenomeno sembra predire gli esiti negativi del trattamento in termini di minore riduzione dell’ansia e della depressione a seguito di interventi che prevedono tecniche di rilassamento (Borkovec et al., 1987, Borkovec and Costello, 1993).

Ci sono dati di letteratura ad oggi ancora insufficienti sui meccanismi del RIA ma alcune ipotesi significative sono state fatte.  La prima ipotesi suggerisce che il rilassamento porta le persone a focalizzarsi sui propri stati fisiologici interni (sensazioni fisiche, emozioni) e questo potrebbe renderli più sensibili e vulnerabili alla tensione del corpo.

Come conseguenza, il rilassamento provocherebbe un’ansia indotta da un arousal più elevato, o paura della paura (Braith et al., 1988, Heide and Borkovec, 1983, Heide and Borkovec, 1984, Norton et al., 1985, Reiss, 1987). Un’ altra ipotesi è che il RIA sia il risultato della convinzione e paura degli individui ansiosi di non essere capaci di controllare le loro emozioni negative (paura di perdere il controllo sulle emozioni; Braith et al., 1988, Heide and Borkovec, 1983, Heide and Borkovec, 1984, Norton et al., 1985).

Queste ipotesi sono simili al Modello del Rimuginio di Evitamento del Contrasto (Contrast Avoidance Model of Worry; Newman and Llera, 2011, Newman et al., 2013). Mentre le precedenti teorie sul rimuginio hanno suggerito che il worry riduce l’ansia (Newman e Llera, 2011), il modello di evitamento del contrasto suggerisce che il worry aumenta le emozioni negative e che gli individui con ansia preferiscono mantenere uno statto d’animo costantemente negativo come protezione contro un aumento improvviso dello stesso (es. “se sono già preoccupato e mi sento male, non percepirò chissà quale aumento dello stato d’animo negativo, quando mi capiterà qualcosa di realmente brutto”).

In modo simile alla nozione di ansia indotta dal rilassamento, il modello suggerisce che essere in uno stato di rilassamento rende più probabile che gli individui sperimentino le emozioni negative all’improvviso, se dovessero sperimentare un evento stressante o negativo. Di conseguenza, data la paura di perdere il controllo, gli individui ansiosi continuerebbero a sentirsi in ansia durante il processo di rilassamento. In questa ottica, il RIA potrebbe essere il risultato di un contrasto negativo (tra stato rilassato e stato ansioso) e del desiderio di mantenere uno stato emozionale negativo in modo costante (Llera and Newman, 2014; Newman et al., 2018).

Gli individui con GAD, paragonati ai soggetti non affetti da disturbi d’ansia, sarebbero più sensibili e proverebbero un disagio sensibilmente maggiore nei confronti dell’esperienza di contrasto tra uno stato emotivo di rilassamento e uno negativo. Per questo motivo i soggetti con GAD preferirebbero un umore negativo a uno stato di eutimia (However, Llera e Newman, 2014, 2017); per quanto sembri paradossale, ha una sua spiegazione logica se pensiamo al fatto che per questi soggetti sentirsi bene li rende più vulnerabili a percepire il contrasto emozionale negativo, aspetto che temono perchè convinti di non poter controllare.

Per quanto riguarda il trattamento, sembra essere efficace unire sia interventi di tipo cognitivo che comportamentale. L’intervento cognitivo potrebbe essere implementato modificando la paura dei pazienti delle emozioni negative improvvise e le credenze positive sul rimuginio.

Inoltre, esponendo ripetutamente i pazienti al contrasto (es. impegnarli in lunghe sessioni di rilassamento prima di esporli a immagini negative), essi potrebbero desensibilizzare la loro avversione ai cambiamenti improvvisi dello stato d’animo da positivo a negativo.

Qualsiasi tecnica di rilassamento dovrebbe essere impiegata dai terapeuti in seduta senza essere abbreviata o stoppata, ma fino a che l’ansia non decresce.

Le 7 regole d’oro per una vita di coppia felice secondo John Gottman

Professore di psicologia all’ Università di Washington e fondatore del “Love Lab” di Seattle, Gottman ha capito quali sono gli errori e rimedi per far funzionare l’amore. Sempre che ci siano i presupposti, s’intende. Da quel laboratorio è uscito un vero e proprio manuale: oltre più di 200 pubblicazioni scientifiche, una serie di libri tra cui “Intelligenza emotiva per la coppia“,  grazie alle migliaia di persone che si sono affidate per sottoporre i loro atteggiamenti virtuosi o conflittuali.

Secondo Gottman, la riuscita di una coppia è sorprendentemente semplice

Le coppie felici non sono né più intelligenti, né più portate alla psicologia delle altre, ma nella loro vita quotidiana sono riuscite a stabilire una dinamica che impedisce ai pensieri e ai sentimenti negativi che esistono in ogni coppia di sommergere i pensieri e sentimenti positivi. In altre parole, secondo Gottman, sono coppie emotivamente intelligenti.

Le 7 regole d'oro per una vita di coppia felice

Secondo i dati ISTAT in Italia il numero delle separazioni e dei divorzi ha quasi raggiunto la metà del numero dei matrimoni: sono cifre clamorose che indicano che stare insieme – e restarci – sta diventando sempre più improbabile. A partire dal 1972 John Gottman e i suoi colleghi hanno incontrato migliaia di coppie, alcune volontarie, altre che avevano contattato il “Love Lab” per iniziare una terapia. Tutti gli incontri sono stati filmati, registrati e analizzati, e durante le conversazioni tra i partners sono stati misurati e registrati molti dei loro parametri fisiologici, per esempio il ritmo cardiaco, la traspirazione, la tensione arteriosa e alcune funzioni immunitarie. Le coppie sono state seguite periodicamente per anni dopo il primo incontro, e Gottman e la sua équipe hanno cercato di rintracciare gli elementi negativi ricorrenti per cercare di stabilire se e in quale misura è possibile prevedere la riuscita o il fallimento di una relazione di coppia.
Le sette regole d’oro di Gottman sono quindi il risultato di 27 anni di studi sistematici, di migliaia e migliaia di incontri e conversazioni con coppie di tutte le etnie, estrazioni sociali, confessioni religiose e livello culturale ed economico. Si tratta di consigli semplici da seguire quando tutto va bene per rinforzare la coppia, e quando le cose si mettono male per cercare di arginare la negatività e impedire l’escalation dei conflitti.

I primi indizi che la relazione sta soffrendo si manifestano nelle modalità di gestione dei litigi

Quando gli approcci sono brutali, colmi di rimproveri e di insulti, di disprezzo e mancanza di considerazione, il rapporto di coppia è fortemente compromesso. La situazione può essere ancora aggravata da un linguaggio corporeo che esprime indifferenza o sfida, e dal fallimento sistematico di qualunque tentativo di gentilezza o di riparazione. I partners si allontanano sempre di più, si parlano solo per ferirsi e del passato comune che in condizioni normali è un efficace serbatoio di positività non resta altro che delusione e qualche ricordo sbiadito e non più collocabile.

Le 7 regole d’oro di Gottman

Eppure, come dice Gottman, anche quando sembra che non ci sia più niente da salvare tranne l’intenzione di non distruggere tutto, “non è finita finché non è finita”.

Regola numero 1 – arricchire il menù della tenerezza

“Per quanto possa sembrare bizzarro, molte coppie finiscono per non prestare più attenzione ai dettagli che costituiscono l’essenza della vita in comune. Uno o entrambi i partners finiscono per non avere la più vaga idea riguardo ai gusti, le avversioni, i timori, i sogni o le gioie dell’altro”.

Conoscere i propri universi reciproci è un segno importante di considerazione per l’altro, ed è l’unico modo per costruire quello che Gottman chiama il menù della tenerezza. Questo vuol dire riservare una parte delle proprie capacità cognitive alla vita a due: ricordarsi gli eventi significativi della vita dell’altro, delle persone che popolano la sua esistenza affettiva e professionale, dei suoi complessi e delle sue ambizioni – in breve, significa conoscerlo. “Questa è solo la prima tappa – scrive Gottman – perché le coppie riuscite non si accontentano di conoscersi, ma utilizzano queste conoscenze per arricchire la relazione e per esprimere non solo la comprensione del partner ma anche la tenerezza e la stima”.

Regola numero 2 – Coltivare la tenerezza e la stima reciproche

“La tenerezza e la stima sono due degli elementi più importanti di un amore a lungo termine. Anche se perfino nei ménages felici possono talvolta verificarsi liti esasperanti, i partners restano comunque convinti che il compagno meriti di essere onorato e rispettato. Quando questo sentimento è totalmente assente, la relazione non ha alcuna speranza di sopravvivere”. Ma quando questi due sentimenti sono in via di esaurimento, si possono rinforzare ricordando a se stessi quanto sono preziosi. Stima e tenerezza sono gli unici argini al dilagare del disprezzo nel rapporto, ed essere consci di quanto si prova di positivo per il partner riduce i rischi di trattarlo con superiorità durante una discussione.

Regola numero 3 – Avvicinarsi

Secondo Gottman “Hollywood ha deformato tremendamente le nostre idee dell’amore
e di ciò che alimenta la passione. Nella vita reale, il rapporto si nutre di piccoli gesti banali: ogni volta che fate sapere al vostro partner che tenete a lui nella quotidianità, voi alimentate la fiamma. Le scene che preferisco al Love Lab sono esattamente quelle che Hollywood eliminerebbe in sala di montaggio”.

Le piccole istantanee della vita quotidiana mantengono lo slancio alla coppia: leggere il giornale insieme, chiacchierare la mattina a colazione, sono questi tra mille altri i gesti condivisi miliardi di volte, forse banali, in realtà uniche prove di un contatto costante e indistruttibile. La vicinanza emotiva è anche una buona riserva di sicurezza nei tempi di crisi, proprio se o è costruita nei gesti routinari, nelle piccole attenzioni. Non serve a niente, secondo Gottman, la cena annuale a lume di candela nel grande ristorante, se si presenta come un’isola tra mesi di isolamento e silenzio.

Meglio mantenere il contatto un giorno dopo l’altro che scappare in vacanza alle Bahamas, perché “la vita a due è come una danza. A volte vogliamo stare vicini al nostro amore, a volte vogliamo staccarci per un po’. Lo spettro dei bisogni “normali” in materia è molto ampio – alcuni hanno bisogni più frequenti di complicità, altri sono più indipendenti. Una coppia può funzionare anche se i partners si collocano ai due estremi dello spettro, se solo sono in grado di capire le ragioni per le quali provano questi sentimenti, e sono capaci di rispettare le differenze”.

Regola numero 4 – Lasciarsi influenzare dal partner

Secondo le ricerche di Gottman sembra che questo sia un problema tipicamente maschile, perché analizzando i dati “siamo stati sorpresi dalla differenza tra i sessi. Anche se le donne sono capaci di esprimere collera o altre emozioni negative verso il partner, raramente giocano al rilancio nella negatività.

Per la maggior parte, le donne rispondono sullo stesso tono oppure cercano di calmare la situazione. Se un uomo dice “tu non mi ascolti!”, la donna risponderà in generale: “scusa, ora ti ascolto”. Ma il 65% degli uomini non userà né l’una, né l’altra di queste risposte. Le loro reazioni genereranno una escalation nella negatività, per esempio rispondendo: “OK, non ti sto ascoltando. E allora?”, oppure “non ti ascolto perché non mi interessa”, o peggio ancora “perché dovrei perdere il mio tempo?””. Anche in epoca di uguaglianza tra i sessi, tra le dichiarazioni di intento e la realtà c’è un abisso. Molti uomini si definiscono addirittura femministi, e se interrogati sulla visione dei ruoli uomo/donna nella coppia si dichiareranno certamente a favore di una condivisione egualitaria del potere. In teoria. Perché nella realtà, per uomini abituati da millenni al dominio, imparare a cedere non è compito facile. In almeno l’80% dei casi, secondo Gottman, è la donna a sollevare i problemi di coppia più spinosi, mentre gli uomini cercano con ogni mezzo di evitare la discussione. Imparare a condividere il potere significa anche dar retta all’altro, lasciarsi influenzare dal suo punto di vista, tenerlo in considerazione. Ed è l’unico modo per evitare incrostazioni di rancore, perché a nessuno piace avere la sensazione di non contare niente.

Regola numero 5 – Risolvere i problemi risolvibili

Il quinto principio di Gottman è basato sulla capacità di mettersi nei panni del partner e di ascoltarlo con attenzione, mostrando poi di aver compreso il suo punto di vista. Questi sono i gesti fondamentali:

  • cominciare la discussione con calma
  • imparare a fare e ad accettare i tentativi di avvicinamento
  • rassicurare se stessi e il partner
  • promuovere i compromessi
  • Essere tolleranti verso i difetti del partner.

In sostanza, Gottman scrive che dovremmo trattare il partner almeno con la stessa cortesia e attenzione che riserveremmo a un conoscente. Le liti frequenti e violente non rappresentano che il 40% delle cause di divorzio negli USA; molto più spesso le coppie si separano perché l’uomo e la donna si allontanano l’uno dall’altra fino a perdere completamente amicizia e complicità. Per evitare la delusione reciproca e le sue conseguenze è importante imparare a gestire correttamente i conflitti, e Gottman ricorda che una lite si concluderà esattamente nello stesso tono con cui è cominciata. Allora per litigare “bene”, sarà sufficiente ricordare questi semplici punti:

  • lamentatevi, ma non incolpate l’altro
  • cominciate le vostre frasi con “io”, invece che con “tu”
  • descrivete la situazione senza valutare o giudicare l’altro
  • siate chiari
  • siate gentili
  • siate diplomatici
  • non lasciate accumulare i rimproveri

Regola numero 6 – Superare i blocchi

I blocchi si riferiscono a problemi molto difficili da risolvere e che toccano aspirazioni, credenze, caratteristiche radicali delle persone, per esempio il dissenso tra volere e non volere figli, tra vita casalinga e un’intensa vita mondana, e così via. L’obiettivo non è in questo caso il risolvere il problema in sé, quanto piuttosto riuscire a spostarlo dal blocco al dialogo, trasformandolo in qualcosa di cui si possa finalmente parlare. Su divergenze di questa entità nemmeno Gottman ha una visione ottimistica, perché “un conflitto bloccato resterà senza dubbio un problema cronico nella vostra coppia, ma un giorno potrete parlarne senza troppo ferirvi a vicenda. Imparerete a conviverci.”

L’invito è quindi a cercare le cause del blocco, sia che si tratti di un problema irrisorio, sia che si tratti invece del più serio di tutti. Perché in ogni caso le divergenze profonde nascono da una ferita causata alle aspirazioni più intime di uno dei partner o di entrambi – per esempio, spiega Gottman, il denaro rappresenta spesso un bisogno fortissimo di sicurezza affettiva, più che il mero potere di acquisto o una riserva di tranquillità economica.

Di fronte ai problemi arrivati allo stallo il consiglio di Gottman non è quello di cedere, né di lasciar perdere: in generale, anzi, è meglio pretendere molto dalla propria relazione, piuttosto che troppo poco. Forse all’inizio i problemi si acuiranno invece che risolversi, ma la coppia ne guadagnerà comunque in sincerità e verità, e prima o poi riuscirà a trovare un modo di convivere anche con i limiti invalicabili.

Regola numero 7 – Andare nella stessa direzione

E’ capitato a molte coppie che hanno frequentato il Love Lab di arrivare un giorno a chiedersi se il senso dell’unione era davvero tutto in quella ripetizione di gesti e di abitudini, e se forse il significato vero della parola coppia non era stato smarrito strada facendo. Questa sensazione è segno della mancanza “di un sentimento profondo di un significato, di un senso condiviso.

La coppia non si esaurisce nell’educazione dei bambini, la condivisione dei compiti e le relazioni sessuali, ma possiede anche una dimensione spirituale legata alla creazione di una vita interiore vissuta a due – una “cultura della coppia” ricca di simboli e di riti, e anche all’apprezzare i ruoli e i fini che uniscono due persone e le conducono a comprendere che cosa significhi appartenere alla famiglia che si è diventati.” Inoltre, “il nostro concetto del posto che occupiamo nel mondo è in gran parte fondato sui diversi ruoli che assumiamo – sposo, figlio, genitore, lavoratore.

Dal punto di vista della coppia lo sguardo che portiamo sui nostri propri ruoli e su quelli del nostro compagno possono portare molta armonia, oppure suscitare tensione. La vostra relazione sarà tanto più profonda quanto più le vostre aspettative reciproche sono simili. Non si tratta qui di problemi apparentemente superficiali come decidere dove trascorrere le vacanze, ma dei vostri sentimenti profondi su ciò che vi aspettate da voi stessi e dal partner.

Più i vostri punti di vista saranno convergenti sui grandi temi, più la vostra relazione sarà forte. E questo non significa che dovrete essere d’accordo su tutti gli aspetti filosofici o spirituali della vita, ma che la vostra relazione dovrà essere complice in tanti altri aspetti per poter neutralizzare le divergenze”.

E infine, le cinque ore magiche: 10 minuti per salutarsi al mattino, 1.40 ore per chiacchierare alla fine della giornata, 35 minuti di coccole, due ore tutte per voi ogni settimana. Questo è il tempo minimo richiesto alla manutenzione della coppia, senza dimenticare l’ultima lezione di Gottman, che ci invita a ricordare che “qualche attimo consacrato ogni giorno alla vostra coppia farà bene alla vostra salute e gioverà alla vostra longevità molto di più di qualche ora trascorsa in palestra.

Narcisismo grandioso e vulnerabile nelle relazioni di coppia

Narcisismo grandioso e vulnerabile nelle relazioni di coppia

narcisismo relazioni di coppia

La letteratura mostra che il narcisismo è tipicamente associato a disfunzioni nelle relazioni interpersonali, dovute a un senso grandioso di importanza personale e comportamenti competitivi (APA, 2013) che influenzano significativamente la tendenza ad agire in modo aggressivo e prepotente.

Questi comportamenti influenzano la qualità delle relazioni di coppia e sono considerati forme di abuso psicologico.

Uno studio italiano recente (Ponti, Ghinassi, Tani, 2019) ha esplorato le variabili coinvolte nell’insorgenza e mantenimento dell’abuso psicologico.

In particolare, è stato indagato il ruolo giocato dalla gelosia romantica, dal momento che è legata al narcisismo (Barelds, Dijkstra, Groothof, Pastoor, 2017) ed è spesso indicata come causa principale di abuso psicologico nelle coppie (Bus, 2000).

La ricerca ha sottolineato la presenza di 2 differenti componenti del narcisismo, vulnerabile e grandiosa (Campbell e Foster, 2007; Lapsley e Aalsma, 2006).

Narcisismo vulnerabile, Narcisismo grandioso

Entrambe le forme di narcisismo condividono: fantasie grandiose, sfruttamento degli altri, idea di aver diritto a privilegi e trattamenti speciali.

I narcisisti grandiosi sono caratterizzati da arroganza, grandiosità, egoismo, mancanza di empatia e usano strategie maladattive per migliorare o ristabilire un’immagine positiva di sè (Pincus, Cain e Wright, 2014).
Quando la loro autostima viene minacciata cercano di ristabilirla svalutando chi li criticati, umiliati e/o fatti sentire in qualche modo inadeguati.
Questa forma di narcisismo è più diffusa negli uomini, mentre per il  tipo vulnerabile non emergono differenze di genere (Grijalva et al., 2015).

I narcisisti vulnerabili tendono ad essere timidi, imbarazzati e ansiosi con una fragile autostima che è influenzata e regolata dalle risposte degli altri (Dickinson e Pincus, 2003).
Rispetto ai narcisisti grandiosi, tendono a essere più inclini a sperimentare emozioni negative; questa forma di narcisismo correla con una ridotta soddisfazione nella vita (Miller e Campbell, 2008), depressione, ansia e paranoia (Miller et al., 2011) e si associa ad attaccamento ansioso e sensibilità al rifiuto (Besser e Priel, 2009).

Abuso psicologico

Per abuso psicologico si intende una forma di violenza interpersonale caratterizzata da un’ampia varietà di comportamenti che vanno dalla dominanza, al controllo, all’isolamento dell’altro, minacce fisiche, criticismo, che portano a conseguenze negative sul benessere relazionale, fisico e psicologico delle vittime (Fallingstod e DeHart, 2000).
Nello studio di Ponti, Ghinassi e Tani (2019) è emerso che la gelosia romantica è un predittore significativo di abuso psicologico all’interno della coppia.

La tendenza a sperimentare la gelosia in coppia varia a seconda del genere: le donne riportano livelli più alti di gelosia rispetto agli uomini.
Rispetto alle due forme di narcisismo, i risultati dello studio mostrano che le differenze di genere sono presenti solo per la forma grandiosa, dove gli uomini riportavano livelli più alti delle donne, mentre non sono emerse differenze di genere rispetto al narcisismo vulnerabile e all’abuso psicologico.
Questo risultato indica che i comportamenti di abuso psicologico, come minacce, controllo del partner, critiche, tentativi di isolamento e di dominio sull’altro, vengono messi in atto da entrambi della coppia indistintamente.
Il campione dello studio è composto da 473 studenti universitari di età compresa tra i 18 e i 30 anni; i risultati emersi da questo campione sono in linea con precedenti studi nazionali e internazionali che mostrano come l’abuso psicologico sia frequente nella relazione di coppia soprattutto durante la transizione all’età adulta nelle culture occidentali.

Le due forme di narcisismo sono legate al perpetuarsi dell’abuso psicologico nella coppia in modo differente.
I soggetti con livelli elevati di narcisismo (tipo vulnerabile) avevano anche livelli elevati di gelosia verso il partner che, a sua volta, è un fattore di rischio per agire condotte abusanti verso il partner.
Questo risultato si può spiegare considerando che il narcisista vulnerabile sperimenta molta ansia nelle relazioni significative, è fortemente sensibile ai segnali di separazione e sperimenta un distress più intenso in caso di abbandono (Besser e Priel, 2009, 2010).
Questo porta a una maggiore vigilanza alle potenziali minacce alla relazione che come effetto ha quello di aumentare il sentimento di gelosia.

Pertanto il legame tra il narcisismo vulnerabile e l’abuso psicologico è mediato dalla gelosia romantica.

Nel narcisista grandioso la tendenza ad essere psicologicamente abusante con il partner è diretta e non mediata dalla gelosia.
Questi individui che sono indifferenti rispetto ai sentimenti dei loro partner e hanno difficoltà a capire l’impatto del loro comportamento sugli altri, tendono ad agire l’abuso psicologico attraverso comportamenti di isolamento, denigrazione, controllo del pertner, in modo da conservare un’elevata immagine di se e mantenere potere nella relazione (Pincus et al., 2014).

Un’analisi cognitiva della psicopatologia centrale dell’Anoressia Nervosa.

L’ Anoressia Nervosa è un disturbo complesso dall’eziologia ancora sconosciuta, sebbene dati di letteratura scientifica suggeriscano che derivi dall’interazione di molteplici fattori di natura genetica e ambientale. Sebbene nei soggetti affetti da Anoressia Nervosa sia presente il terrore di aumentare di peso e di diventare grassi, non è possibile concettualizzarlo come un semplice disturbo fobico per diverse ragioni. La prima è che il controllo dell’alimentazione, del peso e della forma corporea non sono solo la conseguenza della paura di ingrassare, ma sono associati ad un senso di trionfo, di superiorità, di soddisfazione, di orgoglio; la perdita di peso è spesso vissuta come un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, una virtù, una “fonte di piacere”. Questa condizione, in cui la maggior parte dei pazienti esalta le virtù dello stato patologico adottando attivamente comportamenti di controllo del peso “ego-sintonici” (dieta rigida e estrema, esercizio fisico eccessivo, vomito auto-indotto, uso improprio di diuretici e lassativi) è molto diverso da una semplice fobia del peso.

anoressia nervosa

Il controllo del peso e della forma corporea rappresentano la psicopatologia centrale e specifica dei disturbi alimentari, mentre la fobia del peso rappresenta un’espressione secondaria del disturbo. In accordo alla teoria cognitivo-comportamentale più moderna, il cuore di tutti i disturbi alimentari sarebbe uno schema distintivo di auto-valutazione caratterizzato da un’ipervalutazione del peso e della forma corporea e del loro controllo; in altre parole chi soffre di un disturbo alimentare giudica se stesso e il proprio valore esclusivamente o in modo predominante in termini di peso, forma corporea, questo significa “valgo se e solo se raggiungo questo peso, ho questa forma corporea e se riesco a non mangiare” (Fairburn, Cooper, & Shafran, 2003). Da questa prospettiva è possibile comprendere il senso di comportamenti estremi di controllo del peso apparentemente privi di logica e le espressioni associate (es. il body checking e l’evitamento del corpo, il sentirsi grassi, preoccupazioni per la forma corporea, il cibo e il peso e la marginalizzazione di altre aree di vita), se una persona crede che il controllo del peso e del corpo sia vitale per giudicare il suo valore personale. Inoltre la restrizione dietetica e il basso peso corporeo determinano lo sviluppo di numerosi sintomi di malnutrizione, di natura sia fisica che psicologica e sociale (Calugi, Chignola, El

Ghoch, & Dalle Grave, 2018) che, a loro volta, contribuiscono a mantenere il disturbo alimentare attraverso meccanismi distinti. Ad esempio, il ritardo dello svuotamento gastrico come conseguenza della malnutrizione, produce un precoce senso di pienezza anche dopo l’ingestione di una modesta quantità di cibo; il ritiro sociale tipico di questi pazienti e secondario alla malnutrizione, intensifica l’uso del peso e della forma corporea come mezzi di auto-valutazione; e la preoccupazione per l’alimentazione secondaria alla restrizione dietetica accentua l’adozione di regole dietetiche rigide e estreme  (Dalle Grave, Pasqualoni, & Marchesini, 2011). Le abbuffate, riportate da un sottogruppo di pazienti con Anoressia Nervosa (tipo Binge-Purging) derivano dall’ipervalutazione del peso e della forma corporea e sono mantenute dal tentativo di aderire alle rigide regole dietetiche e/o gestire gli eventi esterni e gli stati d’animo negativi associati (Fairburn et al., 2003).

La terapia cognitivo-comportamentale dei disturbi alimentari (CBT-E) si basa sulla concettualizzazione descritta sopra e si pone come scopo principale quello di aiutare i pazienti a sviluppare uno schema di auto-valutazione più articolato e funzionale. Per raggiungere tale obiettivo, il trattamento usa specifiche strategie e procedure (es. auto-monitoraggio in tempo reale e la costruzione di una formulazione personalizzata del disturbo) che ha lo scopo di educare i pazienti circa i processi che stanno mantenendo il disturbo e aiutarli a smettere di identificare se stessi con il problema. I pazienti vengono incoraggiati a fare dei graduali cambiamenti comportamentali per valutare gli effetti e le implicazioni sul loro modo di pensare. Il trattamento è strutturato in modo da far sentire i pazienti in controllo, ad esempio pianificando in anticipo i pasti e introducendo in modo graduale i cibi evitati e creando un bilancio energetico positivo che determinerà un aumento di peso settimanale controllato e prevedibile. Essendo in grado di predire gli effetti sul peso di quello che mangeranno, i pazienti saranno più in grado di tollerare l’ansia associata con il recupero del peso e l’inserimento dei cibi evitati. Il trattamento prevede la collaborazione di più figure professionali; oltre allo psicoterapeuta specializzato spesso è necessaria la collaborazione con dietisti esperti  di riabilitazione nutrizionale di pazienti con disturbo alimentari e, in alcuni casi, può essere utile un supporto farmacologico. Il lavoro di squadra aiuta a raggiungere risultati importanti nell’attaccare un disturbo che è tra i più resistenti al cambiamento.

 

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Cosa vuol dire stare in coppia? Dall’innamoramento alla fine di un amore

L’elemento simbolico che nel tempo è stato maggiormente associato all’amore è il fuoco. Il fuoco si accende e brucia, ma se non viene alimentato si spegne. Difficile spiegare il fuoco, così come è difficile se non impossibile spiegare l’amore. L’amore è simile al fuoco, ma brucia o dura? L’amore è un fuoco che brucia ma non dura o se dura allora è destinato a non bruciare? Il grande dilemma dell’amore è proprio questo: sembra che la realtà attuale delle coppie ci dimostri che l’amore tende a non durare, anche se è stato preceduto da un grande innamoramento, da una grande passione iniziale.

fine di un amore

Stare in coppia significa trovare un modo proprio di stare insieme a un’altra persona in condizioni di serenità, tranquillità e soddisfazione. La soddisfazione di coppia è legata alla presenza di tre elementi fondamentali senza i quali non è possibile parlare di una sana relazione d’amore. Il primo è la presenza di un legame di attaccamento sicuro, ovvero la fiducia nel fatto che il partner rappresenti una base sicura, fonte di accudimento e vicinanza affettiva. Il secondo è la presenza di una sessualità attiva e appagante, senza la quale i due partner possono essere definiti al più dei buoni amici e confidenti, ma non una coppia. Terzo elemento importante di una coppia è la condivisione di momenti ed esperienze piacevoli che coinvolgono entrambi e che spesso tendono a perdersi con l’aumentare dei doveri e delle responsabilità di coppia.

La dimensione dell’innamoramento è senza dubbio la più bella da vivere al punto che continuiamo a sposarci e a fare progetti a lungo termine nell’illusione che questo sentimento durerà, sebbene le statistiche raccontino una realtà diversa. Infatti, come afferma lo psicologo Walter Riso, il 50% delle coppie si separa e dell’altro 50% che non lo fa, più della metà non vive bene. C’è solo un 20% delle coppie che si realizza in amore e si sente libero.

Il modo in cui noi viviamo la relazione amorosa e il significato che ad essa diamo deriva ed è uno sviluppo della primissima relazione con la figura caregiver (accudente) di riferimento. Il riferimento principale è lo studio che è stato fatto da Mary Ainsworth: la psicologa osservò che i piccoli, posti in una situazione inconsueta, separati dalla madre e messi con uno sconosciuto, al rientro della madre reagivano in tre modi diversi:

  • Sicuri
    Tollerano brevi separazioni, sono contenti quando la madre torna ed hanno fiducia che la loro madre tornerà.
  • Evitanti
    Sono disinteressati al rientro della madre, sembrano da lei distanti e non hanno fiducia nel suo rientro.
  • Ambivalenti-resistenti
    Sono molto in difficoltà a tollerare la frustrazione della separazione e si aggrappano disperatamente a lei anche se con atteggiamento ambivalente.

Così gli innamorati della Relazione Sicura trovano facile avvicinarsi al partner e sperimentare con lui intimità, sono a loro agio sia nel dipendere che nel far dipendere l’altro da loro. Non pensano alla possibilità di essere abbandonati e della vicinanza emotiva.

Gli amanti della Relazione Evitante provano disagio rispetto alla vicinanza emotiva, per loro è difficile aver fiducia o poter dipendere da qualcun altro. Possono temere l’intimità ( timorosi) o mantengono fermi i paletti ( respingenti).

Quelli della Relazione Ansioso-Ambivalente-Resistente percepiscono invece una forma di riluttanza dell’altro verso di loro, l’idea che “non vuole veramente stare con me”. Vorrebbero la fusione, l’appartenenza ma tipicamente se agiscono questo desiderio, l’altro fugge.

Questi stili non sono più o meno buoni, dipendono molto dal contesto culturale (per l’europeo lo stile migliore è quello sicuro, mentre nei kibbutz israeliani e in Giappone lo standard è associato allo stile ansioso-ambivalente), in quanto tutto dipende dai significati che si danno alle relazioni e quindi dal contesto che li fornisce.

Un motivo per cui i rapporti terminano è che all’inizio il partner si sceglie sulla base di bisogni che ci sono in quel momento ( es. necessità di svincolarsi, necessità di fare figli, di avere un certo tipo di famiglia alternativa alla propria). Si sceglie l’altro per ciò che è funzionale in quel dato momento di vita e se i bisogni di uno o di entrambi i partner cambiano, la coppia può entrare in crisi e, da qui, terminare o evolvere in una riorganizzazione. Se ad entrambi partner va bene stare insieme perché così non si è soli, oppure perche ci sono i figli o via dicendo la coppia può funzionare perché condivide. Se invece uno dei due non si trova d’accordo e quindi quando uno dei due ha una percezione differente o dell’importanza dell’amore o di quel che l’amore significa, allora le cose cambiano.

Ma questa differente prospettiva può accadere anche in seguito ad eventi esterni e contestuali e cioè ad un certo punto il sistema coppia è perturbato da un cambiamento ( una malattia, un lutto, ecc), cioè da un evento che crea una differenza, una nuova consapevolezza. La premessa al concetto del cambiamento è che, dagli studi fatti emerge come ci siano due parametri che contribuiscono alla resilienza della coppia e quindi alla sua forza di adattamento alle perturbazioni: il trovare del tempo per stare insieme e l’essere disposti ad operare dei cambiamenti per fare piacere all’altro. Le persone che sono soddisfatte delle loro relazioni infatti hanno voglia di stare col partner e di fare micro cambiamenti per far piacere all’altro.

 

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