Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale Pisa e provincia

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Dismorfismo muscolare

 

Il dismorfismo muscolare (DM) è caratterizzato da un’ossessione per un corpo tonico e muscoloso e da una serie di comportamenti estremi e perfezionisti volti a raggiungere o scopo. Tali comportamenti sono: una dieta rigida scandita da scelte alimentari molto strutturate, prevalentemente proteica, sessioni di allenamento di forza frequenti, uso di integratori e steroidi androgeni anabolizzanti, check allo specchio per controllare lo stato corporeo.

A differenza delle diagnosi ufficiali di disturbi alimentari, dove la motivazione alla base dei comportamenti estremi di controllo del peso è dimagrire o non aumentare di peso ancorandosi ad un’ideale di magrezza stereotipato, nel DM il soggetto aspira a un corpo forte e muscoloso, ma soffre perchè spesso lo vede gracile, nonostante le evidenze oggettive siano di un corpo normalmente muscoloso o anche ipertrofico. La dispercezione corporea presente in questo disturbo, rafforzata da comportamenti di check frequenti, spiega il suo inserimento nel Disturbo di Dismorfismo Corporeo, come specificatore, disturbo caratterizzato da preoccupazioni eccessive legate a specifiche parti del corpo e del viso, accompagnate da sofferenza, limitazioni di ambiti di vita importanti, comportamenti di controllo, ricerca di trattamenti estetici e chirurgici.

Nella letteratura scientifica, in realtà, il dibattito in merito alla sua collocazione diagnostica è piuttosto acceso: qualche autore concorda nel considerarlo una variante del disturbo di dismorfismo corporeo focalizzato sulla forza muscolare mentre qualcun altro trova più appropriato considerarlo nella categoria dei disturbi alimentari, data la focalizzazione sull’estetica del corpo. Al momento il DSM-5 lo inserisce nella categoria Disturbo Ossessivo-Compulsivo e disturbi correlati.

A soffrire di DM sono principalmente gli uomini, ma stanno aumentando i casi femminili e adolescenziali; molto presente negli ambiti legati agli sport di forza e nel contesto del fitness/body-building, dove sono stati svolti la gran parte degli studi scientifici. Tratti perfezionistici, insoddisfazione corporea, ansia sociale, sono spesso presenti e rappresentano sia fattori di vulnerabilità che di mantenimento del disturbo. Nei casi più gravi, la persona tende ad isolarsi socialmente, per la vergogna provata a mostrare il proprio corpo o perchè occupata in sessioni di allenamento e in routine alimentari, poco conciliabili con una vita relazionale che prevede spesso pasti sociali. L’uso di integratori e di steroidi anabolizzanti è molto diffuso in chi soffre di DM, che può sperimentarne le conseguenze negative, essendo sostanze che espongono a rischi sulla stabilità dell’umore, a livello cardiovascolare, ormonale, ecc.

La necessità di una psicoterapia sopraggiunge nel momento in cui il soggetto polarizza la sua esistenza attorno allo scopo di diventare sempre più muscoloso, sperimenta sofferenza significativa quando non può allenarsi o trasgredisce le regole alimentari, perlopiù ansia e sensi di colpa, limita le sue attività relazionali, lavorative o di studio, fino al punto da isolarsi.

Come con qualunque presentazione clinica, è molto importante capire gli scopi profondi che il soggette persegue attraverso comportamenti estremi di controllo alimentare e di allenamento, il corpo muscoloso e forte mi protegge da quali specifici timori relazionali? L’indagine approfondita della struttura di personalità, oltre a quella sintomatologica, aiuterà a concettualizzare il caso e chiarire il funzionamento del paziente.

 

 

Dott.ssa Laura Marchi

psicologa psicoterapeuta

 

 

Obesità, Disturbi alimentari e farmaci agonisti del recettore GLP-1

Per molto tempo il trattamento dell’obesità e quello dei disturbi alimentari (DA) ha seguito traiettorie parallele, con da una parte, nutrizionisti, diabetologi, endocrinologi e altre figure mediche impegnati nel trattamento dell’obesità e delle condizioni morbose associate. Dall’altra gli psicoterapeuti coinvolti nel trattamento dei DA. Ci sono però diversi aspetti da considerare che sottolineano quanto le due problematiche abbiano aspetti di sovrapposizione che richiedono una collaborazione tra professionisti. In realtà, esistono aspetti di sovrapposizione tra le due problematiche, che potrebbero beneficiare di una stretta collaborazione tra le diverse figure professionali.

Persone che arrivano in trattamento perchè affette da obesità o per patologie mediche ad essa correlate, potrebbero soffrire anche di un Binge Eating Disorder (BED), disturbo che richiede una valutazione psicopatologica, che tenga conto non solo di sintomi come abbuffate e perdita di controllo sull’alimentazione, ma anche del rapporto che la persona ha con il proprio corpo, di un’autostima indebitamente influenzata da peso, forma del corpo e alimentazione, nucleo centrale e specifico di tutti i DA, necessario per formulare una diagnosi clinica. Sapere che un soggetto è affetto da BED oltre che da obesità, può orientare il trattamento in modo diverso e può dare indicazioni prognostiche importanti.

Persone che hanno un BED e che arrivano nello studio dello psicoterapeuta sono spesso affette da sovrappeso e obesità e possono avere patologie mediche correlate all’alto peso corporeo e al pattern alimentare discontrollato. Questi aspetti legati alla salute fisica richiedono attenzione, monitoraggio e un eventuale intervento clinico da parte di figure mediche specialistiche (diabetologo, endocrinologo, nutrizionista, fisioterapista, ecc) che, collaborando con lo psicoterapeuta, possono operare con maggiore consapevolezza e sensibilità nei confronti del paziente.

Un capitolo a parte merita la questione legata all’utilizzo dei farmaci agonisti del recettore GLP-1, nati per la cura del diabete di Tipo 2 e obesità, che stanno dimostrando un’ottima efficacia nei programmi di perdita del peso. Tali farmaci sono oggetto di ampia ricerca scientifica rispetto alla loro capacità non solo di ridurre la fame, il desiderio di cibo, di migliorare le funzioni metaboliche e la regolazione dell’insulina, ma anche di ridurre le abbuffate. In caso di pazienti obesi che ricercano un trattamento per il dimagrimento o di pazienti affetti da BED e obesità in cura presso uno psicoterapeuta, la valutazione relativa alla prescrizione o meno di questi farmaci, dovrebbe essere effettuata considerando i potenziali rischi psicologici a cui il paziente potrebbe esporsi. Se da una parte il farmaco può apportare benefici importanti per la salute fisica, porta anche a dimagrimenti maggiori e più rapidi rispetto al solo cambiamento dello stile di vita (dieta e attività fisica), che resta necessario anche con i farmaci. La persona affetta da BED potrebbe polarizzarsi ancora di più sul corpo, sul desiderio di dimagrire, sul controllo alimentare e riattivare quei meccanismi disfunzionali che mantengono la patologia alimentare, piuttosto che cercare di investire il proprio valore in ambiti diversi come quello relazionale. Questo non esclude affatto la possibilità di inserire i farmaci come semaglutide, liraglutide nel trattamento medico di pazienti BED in cura psicoterapica, ma di valutare molto bene l’impatto che possono avere in quello specifico paziente, in quel preciso momento della terapia.

Ricordiamoci che il dimagrimento è un aspetto importante per la salute fisica di pazienti obesi, così come portarli ad avere uno stile di vita più attivo, allineandosi ai suggerimenti dell’OMS rispetto all’attività aerobica e di forza, necessaria per ridurre la perdita di massa magra. Nel caso, però, in cui sia presente un disturbo psicologico come il BED, il soggetto ha problemi molto profondi, il corpo è il mezzo attraverso il quale legge e cerca di uscire dalla sofferenza, che è di tipo emotivo e profonda. Finchè l’autostima è ancorata al corpo il rischio è che il paziente si concentri solo sul dimagrimento, restringendo l’alimentazione e quindi incorrendo in abbuffate, che viva sensi di colpa intensi quando non riesce a controllarsi e interrompa il programma di attività fisica. Il BED non si può curare con un farmaco, ma il farmaco può essere un valido aiuto dentro una gestione clinica del paziente, dove l’assessment accurato e la collaborazione tra professionisti è molto importante.

 

Anoressia nervosa e tratti autistici

L’associazione tra caratteristiche cliniche dell’anoressia nervosa (AN), esempio la rigidità cognitiva, la sensibilità sensoriale, ecc., e lo spettro autistico sta emergendo sempre più come un campo di indagine dalla parte della comunità scientifica. Quello che la letteratura sull’argomento evidenzia è che i tratti autistici sono più presenti tra le persone affette da A.N rispetto alla popolazione generale. Questo cosa può significare?

Non è semplice rispondere a questa domanda perchè questa associazione potrebbe non tanto essere spiegata da una maggiore presenza di specifici tratti autistici legati al neurosviluppo, quanto piuttosto caratteristiche emerse in concomitanza con la malnutrizione e il sottopeso, essere più legate alle caratteristiche cliniche del disturbo alimentare come la rigidità cognitiva. l’attenzione focalizzata sui dettagli, la sensibilità sensoriale, ecc.

Gli studi sugli esiti dei trattamenti non sono coerenti nel rispondere alla domanda se avere o meno tratti autistici incida sull’esito del trattamento per il disturbo alimentare. Alcuni studi associano la presenza di tratti autistici nelle persone affette da AN a esiti dei trattamenti per il da più sfavorevoli da un punto di vista sintomatologico e a un maggior utilizzo dei servizi, mentre altri non hanno trovato differenze. Questo campo di interesse richiedere ancora studi ben costruiti per rispondere a questa domanda.

Uno studio recente (Calugi, Dalle Grave e colleghi, 2026) pubblicato sull’Internation Eating Disorders ha indagato la risposta ad un trattamento CBT-E intensivo (ricovero per 13 settimane e Day-Hospial di 7) su 81 pazienti con A.N grave valutate anche rispetto alla presenza di tratti autistici.  Lo scopo era capire se la presenza di autismo in chi ha l’A.N può incidere sull’esito del trattamento. Questo dato si inserisce dentro una domanda più ampia, che ha a che fare con la necessità di capire se la CBT-E può essere applicata, senza alcun adattamento, anche a pazienti affetti da AN e tratti autistici.

Lo studio conclude che la presenza di un maggior numero di tratti autistici, di per sè, non rappresenta un ostacolo a completare il trattamento, al miglioramento sintomatologico del DA o all’andamento del BMI, dato confermato anche al follow-up. Questo dato sembra rafforzare l’idea che non sia necessario adattare il trattamento CBT-E all’AN quando sono presenti aspetti di neurodivergenza. Questo non significa, però, non tener conto delle caratteristiche specifiche di un cervello neuroatipico e come può influenzare la risposta alle procedure terapeutiche.

EMDR in psicoterapia

L’EMDR (Eye Movement Desentisization and Reprocessing) è un metodo psicoterapico supportato da svariati studi clinici randomizzati a livello internazionale (Lee e Ciojpers, 2013), che utilizza sistematicamente la Stimolazione Bilaterale (BLS)  per la cura della sofferenza psicopatologica.

La stimolazione bilaterale può riguardare:

-movimenti oculari; in questo caso il paziente è invitato a seguire il movimento delle dita del terapeuta a circa 30 cm di distanza, mentre tiene in mente il ricordo traumatico;

-tapping (tocchi alternati destra-sinistra sulle mani del paziente, appoggiate sulle sue ginocchia);

-stimoli acustici alternati destra-sinistra emessi da una specifica apparecchiatura.

Numerose ricerche hanno ipotizzato che la BLS agisca sul sistema nervoso autonomo, diminuendo l’attività del sistema simpatico (coinvolto nello stress) e aumentando quella del parasimpatico (coinvolto nei processi di rilassamento corporeo). L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2013), e l’American Psychiatric Association (APA, 2024) lo suggeriscono come metodo d’elezione per il trattamento di sintomi correlati a esperienze traumatiche.

Nella definizione di trauma rientrano tutti quelli eventi che hanno comportato minaccia alla vita propria o di persone importanti, lesioni fisiche, abusi psicologici e sessuali, gravi umiliazioni, maltrattamenti fisici. In realtà nel tempo sono stati creati diversi protocolli EMDR evidence based per trattare disturbi che non hanno un’origine traumatica, ma che possono comunque avvalersi di questo strumento.

Il modello teorico di riferimento dell’EMDR è rappresentato dall’Adaptive Information Processing (AIP), che postula l’esistenza di un sistema innato di elaborazione dell’informazione che permette l’elaborazione delle informazioni dolorose in modo da favorire l’adattamento e la costruzione di significati funzionali. Tuttavia, quando gli eventi sono troppo estremi per il soggetto, il sistema si blocca e il sistema di elaborazione innato viene compomesso, a causa dell’eccessiva produzione di cortisolo. Il ricordo traumatico viene immagazzinato in memoria in modo frammentato, conservando sensazioni fisiche, impulsi, emozioni, convinzioni negative nel loro stato originario estremo. L’EMDR, grazie alla BLS, favorisce il riprocessamento delle informazioni immagazzinate in modo non adattivo e avviene su tutti i livelli (cognitivo, emotivo e corporeo), favorendo una riduzione della sintomatologia.

ll disturbo post-traumatico complesso (PTSD-C)

La diagnosi di disturbo post-traumatico complesso, prevista dall’ICD-11 e non dal DSM-5, è frutto del lavoro clinico e scientifico internazionale, guidato da Judith Herman e caratterizza quei quadri sindromici sviluppati a partire da traumi  relazionali gravi, ripetuti, prolungati come trascuratezza grave e maltrattamento precoce (fisico, psicologico, sessuale) ad opera delle figure di attaccamento. Le vittime di trauma interpersonale precoce presentano caratteristiche che non sono adeguatamente descritte all’interno dei criteri per il PTSD, disturbo post-traumatico a seguito di eventi singoli.

I sintomi presentati da pazienti con PTSD-C hanno a che fare con:

  1. alterazioni nella regolazione degli impulsi/affetti;
  2. alterazioni dell’identità/percezione di sè (sono cattivo, pericoloso, danneggiato, vergogna e colpa croniche);
  3. alterazioni nell’autoregolazione somatica (dolori cronici, fibromialgia, somatizzazioni non spiegate totalmente dalla medicina, ecc);
  4. alterazioni nelle funzioni cognitive e metacognitive, come disturbi dell’attenzione, della memoria, sintomi dissociativi;
  5. disturbi interpersonali (paura dell’intimità, disturbi della fiducia, rivittimizzazione, evitamento relazionale, ecc);
  6. alterazioni nella percezione del perpetratore/abusante (idealizzazione e/o desiderio di vendetta).

Il PTSD-C include i sintomi del PTSD classico (sintomi di iper-arousal, evitamento e ricordi intrusivi) a cui si aggiungono i sintomi sopraelencati che, presi complessivamente, intaccano la struttura stessa della personalità e dell’identità. Pazienti con questa diagnosi possono presentarsi allo studio del terapeuta in modo molto diverso l’uno dall’altro, in base a come la personalità che si è adattata al trauma e che è andata avanti con la vita quotidiana (ANP= personalità apparentemente normale) si è organizzata.  Alcuni pazienti non riferiscono problemi con le figure di attaccamento infantile e non riferiscono sintomi, ma questo potrebbe essere l’espressione di una presentazione difensiva, che protegge gravi traumi precoci.

L’approccio EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è uno dei trattamenti d’elezione raccomandati dall’OMS e dall’Associazione degli Psichiatri Americani per trattare questo disturbo. Il lavoro EMDR per il trauma complesso presenta molte più sfide rispetto a quello per il trauma semplice: le memorie traumatiche sono  complesse, interconnesse o dissociate, il lavoro sui target può attivare difese dissociative e rendere difficile mantenere il radicamento nel presente, i traumi relazionali minano il senso di fiducia e di sicurezza del paziente nella relazione terapeutica. In questi casi è molto importante procedere per fasi e dedicare ampio spazio alla Fase 2 di preparazione e stabilizzazione, dove il paziente viene aiutato a costruire risorse e strategie di regolazione emotiva.

Disturbi alimentari negli uomini

Gli uomini affetti da disturbi alimentari rappresentano approssimativamente il 10% di tutti i casi nella popolazione generale, con differenze tra le varie diagnosi. La bulimia nervosa è più comune dell’anoressia restrittiva e il disturbo da alimentazione incontrollata è più comune sia della BN che dell’A.N restrittiva. Oltre a una differenza nella prevalenza,  gli uomini e le donne affette da DA presentano differenze cliniche: gli uomini ricorrono meno a condotte di eliminazione come vomito auto-indotto e uso di lassativi/diuretici per controllare il peso e riferiscono un minor senso soggettivo di perdita di controllo durante le abbuffate e una maggiore tendenza a usare l’esercizio fisico compulsivo piuttosto che le condotte eliminatorie per controllare il peso.

I disturbi alimentari maschili, esattamente come quelli femminili, hanno un’origine multifattoriale; gli sport competitivi, soprattutto quelli che richiedono perdite di peso estremo o un basso peso sono fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari e attività fisica compulsiva. Uno studio sui ciclisti uomini ha mostrato che il perfezionismo è un fattore di rischio per lo sviluppo di DA, esattamente come nelle donne. Gli uomini rispetto alle donne è più probabile che si abbuffino come risultato delle preoccupazioni sul proprio corpo.

La cultura influenza l’immagine corporea ideale, mentre le donne si ancorano ad un ideale di corpo magro, per gli uomini ad essere più idealizzato è il corpo muscoloso, questo influenza sia la dieta, sia l’attività fisica centrata sull’aumento di massa muscolare. L’attività fisica eccessiva e la dieta diventano problematiche quando portano a una riduzione dell’investimento e del funzionamento in altre attività importanti, scolastiche, lavorative, relazionali che, di conseguenza, ne risultano fortemente danneggiate.

Uomini e donne hanno la stessa risposta al trattamento, ma ci sono differenze tra i generi rispetto alla ricerca di un aiuto psicologico, inferiore negli uomini. Questo potrebbe essere legato al pregiudizio che i DA siano solo femminili e i setting terapeutici sono strutturati per accogliere solo le donne.

Il trattamento cognitivo-comportamentale specifico per i DA (CBT-E) è il trattamento che le linee guida internazionali suggeriscono come di prima scelta per chi soffre di queste problematiche, uomo o donna che sia.

 

 

 

 

 

 

 

Il disgusto per il proprio corpo

Il disgusto è un’emozione importante per la nostra sopravvivenza perchè ci protegge dal rischio di ingerire alimenti avariati e quindi nocivi per la nostra salute. La tipica reazione che mettiamo in atto di fronte a un cattivo odore è, oltre alla tipica espressione facciale caratterizzata da naso arricciato e sguardo contrariato, quella di allontanarsi dall’alimento in questione o sputarlo se lo abbiamo messo in bocca e iniziato a masticare.

Il disgusto, nella sua variante sociale, può essere generato anche dalla vista del proprio corpo in  persone affette da disturbo da dismorfismo corporeo e da disturbi alimentari, dove il corpo è oggetto di valutazioni ossessive e severe generatrici di grande sofferenza emotiva.

Il disgusto provato verso il proprio corpo o parti di esso è frequente nei disturbi alimentari e non è una semplice insoddisfazione estetica, ma piuttosto un’emozione viscerale, profonda, spesso totalizzante che limita il benessere e i comportamenti delle pazienti, che arrivano ad evitare di esporsi al mare, nei rapporti intimi, si sottopongono a diete restrittive e ad attività fisica compulsiva con lo scopo di cambiare il corpo.  Quando una persona affetta da DCA si guarda allo specchio si focalizza sulle parti del corpo odiate, che per effetto dell’attenzione selettiva, vengono percepite dal cervello ingrandite e deformate rispetto alla realtà; in questo modo il disgusto si rafforza e autoalimenta.  Alcuni comportamenti messi in atto per trovare sollievo finiscono per aumentare la sofferenza emotiva: pesarsi di continuo, fare check del corpo eccessivi e ripetuti, evitare sistematicamente di esporre il corpo o di pesarsi, confrontare il proprio corpo o parti di esso (quelle odiate) con le stesse parti del corpo ammirate negli altri, ecc.

L’importanza di trattare l’immagine corporea nei DCA è indicata dalle evidenze scientifiche che indicano un aumento del rischio di ricaduta post-trattamento se non viene affrontata. Il lavoro sull’immagine corporea è inserito all’interno del trattamento cognitivo-comportamentale dei disturbi alimentari (CBT-E), che oltre a lavorare sui check, sulla dieta, sull’eccessiva valutazione di peso, forma del corpo e alimentazione, può integrare tecniche di esposizione corporea (mirror exposure), dove la paziente di fronte allo specchio si espone gradualmente a parti del corpo, inizialmente quelle neutrali o gradite, es. mani o piedi, per poi passare a quelle più impattanti a livello emotivo. L ‘obiettivo è imparare gradualmente ad osservare il proprio corpo astenendosi dal giudicarlo in modo feroce, es. “le mie gambe fanno schifo” e imparando a usare un linguaggio descrittivo, es. le mie gambe sono di colore rosa, lunghe, rotonde. Il disgusto verso il corpo in realtà nasconde ferite profonde che hanno origine nella storia di vita delle pazienti, in storie di attaccamento dolorose o traumatiche, che devono essere rielaborate nel percorso terapeutico con tecniche empiricamente supportate (imagery rescripting, EMDR) per poter prevenire ricadute.

 

 

 

 

 

Trattare i disturbi di personalità in pazienti affetti da disturbi alimentari: una grande sfida terapeutica

I disturbi alimentari sono condizioni cliniche molto serie, con conseguenze negative sul piano medico, psicologico e sociale e molto diffusi nella popolazione generale, le stime di prevalenza si aggirano attorno al 2% (Qian et al., 2022). La mortalità nell’anoressia restrittiva è la più alta tra i disturbi psichiatrici e i dati relativi alla percentuale di remissione con i trattamenti esistenti si aggirano attorno al 50%, pertanto la necessità di migliorare l’outcome impone di ripensare al trattamento, tenendo conto della complessità dei quadri clinici presentati dai pazienti.

La ricerca indica la presenza di disturbi di personalità in comorbidità con i DA in circa il 60-70% dei casi e questo significa impostare il lavoro terapeutico tenendo conto dell’impatto che aspetti disfunzionali della personalità hanno sui sintomi alimentari, sulla motivazione al trattamento, sulla fiducia nel terapeuta e nei compiti assegnati, sulla metacognizione e il monitoraggio emotivo. I disturbi di personalità (DP) più frequentemente associati ai DA sono il disturbo ossessivo-compulsivo (in comorbidità con l’anoressia nervosa), il disturbo borderline di personalità (nella bulimia e nell’anoressia sottotipo binge-purging), il disturbo evitante, dipendente, paranoide di personalità.

I DP sono caratterizzati da visioni di sè molto negative come “non amabile”, “di scarso valore”, “fragile”, “costretto”, “impotente” e dell’altro come minaccioso, dominante, abusivo, critico, trascurante e queste visioni sè-altro coinvolgono anche il terapeuta mettendo a rischio la tenuta della relazione stessa, oltre che influenzare l’umore, la regolazione emotiva, le capacità metacognitive e le condotte sociali, come l’isolamento, la conflittualità, la dipendenza emotiva. I disturbi di personalità sono spesso associati anche a sintomi come disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, uso di sostanze e PTSD.

Come intervenire quando il quadro clinico si presenta così complesso? La ricerca indica che intervenire sulla sintomatologia alimentare con protocolli  evidence-based DA-focused quando ci sono disturbi di personalità in comorbidità nella migliore delle ipotesi crea un beneficio transitorio che però non protegge il paziente da potenziali ricadute future concomitanti a sfide e delusioni relazionali, es. se la persona continua ad avere una bassa autostima, sarà più a rischio di riprendere gli atteggiamenti alimentari disfunzionali di fronte a stress relazionali che attivano le convinzioni centrali di scarso valore. Lavorare contemporaneamente sui comportamenti alimentari e sui meccanismi centrali dei DP come l’alessitimia, il perfezionismo clinico, la disregolazione emotiva, la bassa autostima, l’isolamento sociale, la scarsa capacità metacognitiva, che sono strettamente legati e si influenzano reciprocamente, assicura una maggiore aderenza al trattamento, un rischio inferiore di drop-out e una migliore protezione per eventuali ricadute successive.

 

 

Pregoressia: quando la gravidanza incontra il controllo

La pregoressia è una condizione clinica che avviene durante la gravidanza e riguarda atteggiamenti problematici nei confronti dell’alimentazione e della propria corporeità. Non è una diagnosi ufficialmente riconosciuta nei manuali diagnostici internazionali, ma può avere conseguenze molto gravi sulla salute del feto e della madre e quindi sta sempre più catturando l’attenzione dei ricercatori e dei clinici. E’ caratterizzata dalla riduzione dell’assunzione calorica e dall’aumento di attività fisica con lo scopo di contenere il più possibile l’aumento di peso e il cambiamento della forma corporea inevitabile in gravidanza, ma indesiderata e fortemente temuta dalle donne che soffrono di questa malattia. Questi comportamenti compensatori sono la conseguenza di insoddisfazione e preoccupazione corporea e di una eccessiva importanza attribuita al peso, al corpo e all’alimentazione che rappresentano il nucleo centrale e specifico dei disturbi alimentari. Sia la gravidanza che il periodo post-partum sono periodi critici di vulnerabilità nella vita della donna e possono rappresentare sia un fattore precipitante per lo sviluppo di pregoressia o rappresentare una ricaduta in persone che hanno sofferto di problemi alimentari in passato.

La gravidanza richiede un adeguato apporto nutrizionale per garantire la salute del nascituro e della madre, ma le donne che soffrono di pregoressia limitano l’apporto calorico mettendo a rischio la salute del nascituro; il rischio di aborti spontanei, nascite pre-termine e basso peso alla nascita. E’ molto importante che le figure professionali che entrano in contatto con queste donne (ginecologi, ostetriche) siano informate sulle caratteristiche di questa condizione clinica in modo da indicare un aiuto psicologico specifico e mirato al lavoro sulla problematica alimentare.

La terapia cognitivo-comportamentale è un trattamento evidence-based indicato per i disturbi alimentari, che interviene sui fattori di mantenimento cognitivi, emotivi e comportamentali dei sintomi  e sull’eccessiva importanza attribuita alla fisicità come criterio di valore personale. Ricostruire la storia di vita del paziente e comprendere come il sintomo alimentare tenti di soddisfare un bisogno relazionale profondo che altrimenti il paziente sente di non poter ottenere è fondamentale per il lavoro terapeutico.

 

 

 

La vigoressia o dismorfismo muscolare

La vigoressia nervosa (VN), detta altrimenti dismorfismo muscolare (DDM), è un disturbo caratterizzato da un’intensa preoccupazione per il corpo e comportamenti ossessivi legati all’esercizio fisico e alla dieta. Sebbene classicamente associato al mondo dei bodybuilder e delle palestre, soprattutto nella popolazione maschile, si sta diffondendo anche nelle donne e nelle adolescenti, confermando il crescente impatto che i social media e il culto dell’immagine ideale ha sulla percezione corporea. E’ un disturbo che spinge la persona a investire tempo, energie, sforzi nell’allenamento al fine di raggiungere l’ideale di un corpo tonico, muscoloso, “definito”, senza il quale il soggetto può sentirsi inadeguato, inaccettabile agli occhi suoi e degli altri. Si associa a fattori di rischio per la salute a causa del frequente uso di steroidi androgeni anabolizzanti ( e di disturbi alimentari in comorbidità. In questo caso l’obiettivo della dieta non è dimagrire, come nella bulimia e anoressia nervosa, ma piuttosto aumentare la massa muscolare e la prestanza fisica, al punto da aumentare, talvolta in modo eccessivo, il consumo di proteine sia alimentari sia industriali, con possibili danni organici.

Da un punto di vista cognitivo il pensiero è polarizzato sul corpo, la preoccupazione centrale di questi soggetti è quella di avere un corpo debole/piccolo, la dieta rigida, l’esercizio fisico eccessivo e l’uso di steroidi sono volti a raggiungere tale scopo. Rientra nell’ambito dei disturbi alimentari per alcuni autori, per altri è da considerarsi una variante del dismorfismo corporeo (DDC), dal momento che gli uomini affetti da VN hanno preoccupazioni legate non solo all’immagine corporea ma anche ad altri difetti percepiti nell’aspetto e l’obiettivo è avere un corpo sufficientemente muscoloso e non magro. Le conseguenze di questo disturbo sono l’alto livello di stress associato ai regimi rigidi e faticosi sia dietetici sia di allenamento fisico, l’isolamento sociale, la marginalizzazione di altri ambiti di vita importanti (lavoro, studio, hobbies, relazioni), possibili conseguenze mediche negative conseguenti ad un’alimentazione eccessivamente proteica e sbilanciata e a integratori/sostanze anche illecite; una percentuale non trascurabile di soggetti sviluppa dipendenza da steroidi androgeni anabolizzanti. Il consumo e l’abuso di queste sostanze è associato all’ansia sociale per il corpo, ovvero il timore del giudizio altrui sul proprio corpo. All’utilizzo di queste sostanze si associano cambiamenti nell’umore, che diventa disforico, comportamenti aggressivi, compromissione della memoria di lavoro e della flessibilità cognitiva (aumento rigidità nel pensiero).

Il disturbo prevale nella popolazione maschile che risente dell’ideale culturale centrato su un concezione iper-virile della realtà maschile. Negli ultimi decenni qualcosa è cambiato, i disturbi alimentari iniziano a presentarsi in forme differenti da quelle conosciute e rilevate finora. Tra i fattori che differenziano la nostra società da quella passata troviamo: il culto dell’immagine, amplificato dall’universo dei social in cui mostrarsi attraenti significa aderire ad un canone di vita non solo socialmente condiviso, ma anche fortemente atteso; gli aspetti prestazionali (“ciò che fai conta più di ciò che sei”); il privilegiare la forma sul contenuto, l’apparire sull’essere; un senso di insicurezza e impredicibilità del futuro.

 

 

 

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