Il disgusto è un’emozione importante per la nostra sopravvivenza perchè ci protegge dal rischio di ingerire alimenti avariati e quindi nocivi per la nostra salute. La tipica reazione che mettiamo in atto di fronte a un cattivo odore è, oltre alla tipica espressione facciale caratterizzata da naso arricciato e sguardo contrariato, quella di allontanarsi dall’alimento in questione o sputarlo se lo abbiamo messo in bocca e iniziato a masticare.

Il disgusto, nella sua variante sociale, può essere generato anche dalla vista del proprio corpo in  persone affette da disturbo da dismorfismo corporeo e da disturbi alimentari, dove il corpo è oggetto di valutazioni ossessive e severe generatrici di grande sofferenza emotiva.

Il disgusto provato verso il proprio corpo o parti di esso è frequente nei disturbi alimentari e non è una semplice insoddisfazione estetica, ma piuttosto un’emozione viscerale, profonda, spesso totalizzante che limita il benessere e i comportamenti delle pazienti, che arrivano ad evitare di esporsi al mare, nei rapporti intimi, si sottopongono a diete restrittive e ad attività fisica compulsiva con lo scopo di cambiare il corpo.  Quando una persona affetta da DCA si guarda allo specchio si focalizza sulle parti del corpo odiate, che per effetto dell’attenzione selettiva, vengono percepite dal cervello ingrandite e deformate rispetto alla realtà; in questo modo il disgusto si rafforza e autoalimenta.  Alcuni comportamenti messi in atto per trovare sollievo finiscono per aumentare la sofferenza emotiva: pesarsi di continuo, fare check del corpo eccessivi e ripetuti, evitare sistematicamente di esporre il corpo o di pesarsi, confrontare il proprio corpo o parti di esso (quelle odiate) con le stesse parti del corpo ammirate negli altri, ecc.

L’importanza di trattare l’immagine corporea nei DCA è indicata dalle evidenze scientifiche che indicano un aumento del rischio di ricaduta post-trattamento se non viene affrontata. Il lavoro sull’immagine corporea è inserito all’interno del trattamento cognitivo-comportamentale dei disturbi alimentari (CBT-E), che oltre a lavorare sui check, sulla dieta, sull’eccessiva valutazione di peso, forma del corpo e alimentazione, può integrare tecniche di esposizione corporea (mirror exposure), dove la paziente di fronte allo specchio si espone gradualmente a parti del corpo, inizialmente quelle neutrali o gradite, es. mani o piedi, per poi passare a quelle più impattanti a livello emotivo. L ‘obiettivo è imparare gradualmente ad osservare il proprio corpo astenendosi dal giudicarlo in modo feroce, es. “le mie gambe fanno schifo” e imparando a usare un linguaggio descrittivo, es. le mie gambe sono di colore rosa, lunghe, rotonde. Il disgusto verso il corpo in realtà nasconde ferite profonde che hanno origine nella storia di vita delle pazienti, in storie di attaccamento dolorose o traumatiche, che devono essere rielaborate nel percorso terapeutico con tecniche empiricamente supportate (imagery rescripting, EMDR) per poter prevenire ricadute.