Dott.ssa Laura Marchi

Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale Pisa e provincia

Tag: dipendenza affettiva

Chi sono le partner dei narcisisti? Che caratteristiche di personalità hanno?

Pur non amando le generalizzazioni, spesso fuorvianti e difficilmente applicabili alla complessità delle relazioni umane, con questo articolo proverò a delineare dei pattern relazionali che ho avuto modo di riscontrare con più frequenza nella mia pratica clinica. Esistono sia uomini che donne sofferenti a causa di relazioni non appaganti, talvolta abusanti (emotivamente), con soggetti affetti da un disturbo narcisistico di personalità dalle quali non riescono a sganciarsi, nonostante tutto.

Il primo match relazionale è quello tra narcisista e disturbo dipendente di personalità. Una classica tipologia che si forma sulla base del fatto che la persona dipendente ha convinzioni radicate di scarso valore personale e difficoltà a sostenere scopi di vita autonomi, pertanto necessita della relazione per sostenere autostima e iniziativa. Lo scenario temuto è infatti proprio l’abbandono, vissuto con terrore, al punto che si sottomette al partner in una compiacenza coatta e accetta le sue critiche e il suo disprezzo proprio per evitarlo. Il partner narcisista avrà in una relazione del genere la possibilità di esercitare il suo dominio e veder soddisfatte le sue pretese, che si alimenteranno sempre di più, anche per l’effetto che producono nella relazione, ovvero una sempre maggiore compiacenza. L’autostima già precaria della dipendente finirà per peggiorare sempre di più. La domanda chiave da fare in terapia è: Ma perché hai scelto questo partner? Perché continui a starci nonostante la sofferenza? Perché stai così male di fronte alla possibilità di perderlo, di fronte alle sue critiche, al suo silenzio, ? Come mai ha tutto questo potere dentro di te? Qua si tratta di curare la dipendenza patologica, dare valore alla propria esperienza interna.

Seconda tipologia è l’incontro tra narcisista e narcisista. Non è infrequente che si incontrino un narcisista e una narcisista che vivono momenti idilliaci della relazione (sensazione di aver trovato l’anima gemella, l’amore ideale tanto sognato, soprattutto nella fase iniziale della relazione), destinati a confrontarsi con la realtà e quindi a fare spazio a critiche feroci, litigi e distacco relazionale. Spesso la partner parla del narcisismo del compagno, senza riconoscere che ha lo stesso modo di funzionare. Anche qua si tratta di lavorare sul proprio narcisismo.

Terza tipologia quella che vede uniti in relazione narcisista e borderline. Chi è affetto da un disturbo borderline di personalità è caratterizzato da frequenti e repentine oscillazioni dell’umore che si ripercuotono nella relazione che viene letteralmente vitalizzata (cosa di cui il narcisista si nutre per non sentire il vuoto) da sentimenti di grande amore, passione, idealizzazioni, ma anche di rabbia, richieste di rassicurazioni continue che la border agisce di fronte alla paura dell’abbandono, frequentemente attivata nella relazione con un soggetto narcisista che, di tratto, tende a distaccarsi e a raffreddarsi maggiormente di fronte alle proteste della border.

Uscire da una relazione affettiva che crea sofferenza è possibile, anche se a volte è necessario per riuscirci l’aiuto di un terapeuta. Il punto è lavorare per comprendere, dare valore e legittimità alla propria esperienza interna, ai propri scopi di vita, ai propri bisogni. Riconoscere come la sofferenza di oggi è simile a quella del passato, ma si può modificare dando risposte diverse. Un primo passo da fare è quello di smettere di interrogarsi sul perché dei comportamenti del partner, dei suoi silenzi, delle sue critiche e cominciare a riportare il focus su se stessi, perché io passo così tanto tempo a chiedermi cosa ha in testa lui? Perché do così tanto potere a lui di ferirmi? Il cambiamento parte da qui….sempre…DA SE STESSI.

La manipolazione nelle relazioni di coppia: come riconoscerla e uscirne

La relazione di coppia per essere definita sana e appagante deve prevedere reciprocità e autonomia individuale nelle decisioni e nella soddisfazioni dei bisogni. Portare avanti un rapporto a due evidentemente comporta un cambiamento di abitudini, un’organizzazione della propria routine quotidiana e delle scelte che comprenda anche le opinioni e le esigenze del partner. Il rispetto reciproco garantisce alla coppia di camminare su un binario parallelo di cooperazione dove non entrano in gioco squilibri di potere, tentativi di dominio e/o coercizioni. In questi casi si creerà una sana dipendenza affettiva dal partner, prodotto naturale dell’attaccamento all’altro, che diventa una base sicura che garantisce affetto, accudimento, protezione e vicinanza. L’autonomia personale viene conservata in questo tipo di relazione in quanto la sicurezza della coppia garantisce a ognuno di conservare uno spazio personale in cui può dedicarsi a interessi privati, prendere decisioni per se stesso/a parlandone con il partner senza temere eventuali reazioni aggressive. In questi casi il rapporto d’amore genera emozioni positive di sicurezza, tranquillità, gioia.

manipolazione - come riconoscrela

In altri casi le relazioni possono trasformarsi in vere e proprie “gabbie” che bloccano le persone nel loro percorso evolutivo e che, sebbene vengano spesso definite relazioni d’amore, sono in realtà relazioni caratterizzate da una dipendenza affettiva patologica, fonte di sofferenza emotiva. In questa tipologia di relazioni spesso è presente un partner manipolatore e una vittima della manipolazione, sebbene entrambi contribuiscano a mantenere cristallizzati i loro ruoli e a non spezzare certi meccanismi disfunzionali. Quando in una relazione di coppia c’è un manipolatore, si produce uno squilibrio di potere, e a lungo andare, la persona che viene manipolata si sentirà trascurata e intrappolata in un rapporto che la soffoca e annulla la sua personalità.

Ma quali sono i segnali di manipolazione?

1. Il partner vi fa sentire in colpa per tutto quello che accade all’interno della coppia

Se il partner tende a farvi sentire responsabili dei suoi malesseri, di quello che non va nella coppia, se vi fa dubitare dell’appropriatezza di certe vostre scelte o decisioni legittime, allora sta mettendo in atto una manipolazione nei vostri confronti. Il manipolatore (donna o uomo che sia) è molto abile nel deresponsabilizzarsi e proiettare le colpe sul partner relazionale. La sensazione che si prova quando si è vittime di manipolazione è quella di inadeguatezza, insicurezza (“sensazione di camminare sulle uova” e di dubitare persino di se stessi), colpevolezza, confusione. Il manipolatore non risparmierà critiche e rimproveri più o meno espliciti per insinuare dentro di voi senso di colpa.

2. Il partner mette in discussione le vostre capacità e finisce per farvi dubitare di voi stessi

Il manipolatore ha bisogno di vivere la relazione assumendo una posizione di dominio, è solo attraverso l’esercizio di un potere sull’altro che può colmare le proprie insicurezze e ottenere approvvigionamenti all’autostima. E’ chiaro che quanto più il manipolatore riesce a indebolire l’autonomia di giudizio e l’autostima del/della partner e quanto più questa dipenderà e finirà per aderire completamente alla visione del mondo dell’altro, annullandosi e perdendo la sua identità. Ovviamente, quando iniziate a cedere, perdete ogni potere decisionale, è come se metteste le redini della vostra vita nelle sue mani. Tuttavia, ricordate che una delle funzioni della coppia consiste proprio nel sostenersi l’un l’altro, aiutandosi a crescere mutuamente.

 3. Il partner proietta le sue debolezze/insicurezze su di voi

I manipolatori tendono a proiettare le loro insicurezze sul partner. Ad esempio, una persona può dirvi che dal momento che è stata tradita in passato, non vuole che usciate da soli con i vostri amici. Così, proietta su di voi le sue insicurezze e, facendo appello alla vostra comprensione, restringe la vostra libertà. Spesso il partner, sensibile, empatico e innamorato, cede a tali richieste per non far soffrire il manipolatore e quindi per evitare il senso di colpa conseguente. Non cedete a richieste che vi  privano di una libertà legittima all’interno di un rapporto d’amore maturo. Non è sano farsi carico delle insicurezze dell’altro quando queste minano la propria libertà e il proprio benessere.

4. Il partner vi attribuisce la responsabilità per le emozioni che prova

I manipolatori cercano in ogni modo di far sentire il partner responsabile degli stati emotivi negativi che prova. Pertanto se il vostro partner si sente triste o arrabbiato, è probabile che la colpa sia vostra perché probabilmente avete fatto qualcosa di sbagliato. Ovviamente, vivere su questa “montagna russa” emotiva non è salutare per l’equilibrio psicologico. Naturalmente, un rapporto che vi faccia sentire così male non vale la pena di essere vissuto. E’ necessario tener presente che ognuno è responsabile dei propri vissuti emotivi, gli altri contribuiscono con i loro comportamenti a scatenarli, ma dipende da noi gestirli e elaborarli. Se il manipolatore si sente spaventato all’idea di perdervi e per questo vi controlla e reagisce in modo aggressivo se rincasate tardi da lavoro, nonostante lo abbiate avvertito, questo è un suo problema, una sua insicurezza che non modificherete certo adeguandovi a ciò che lui/lei chiede.

5. Vi fa pensare che davvero desiderate ciò che lei/lui vuole

Quando inizia una relazione di coppia, è normale che entrambi si debba cambiare alcune delle proprie abitudini per costruire una vita insieme. Ma ciò che non è normale è che i bisogni ei desideri di una delle due persone vengano completamente trascurati. Se in una relazione si prendono in considerazione solo le opinioni ei desideri di una persona, è perché la manipolazione da parte di uno dei due ha avuto successo. Naturalmente, questo accade in modo subdolo, non viene quasi mai imposto. Il manipolatore è molto abile a far credere che la cosa migliore per entrambi è fare quello che lui/lei vuole. Quindi, se ad un certo punto nel rapporto ci si rende conto che le vostre esigenze, sogni e progetti non vengono presi in considerazione, è giunto forse il momento di riconsiderare il rapporto di coppia.

 

 

Il senso di solitudine e la dipendenza affettiva del narcisista

Siamo abituati a pensare al narcisista come a una persona piena di sè, arrogante, insensibile ai sentimenti altrui, immune dalla sofferenza provocata dalla fine di una storia e dal senso di abbandono, vuoto e solitudine che questa può provocare. Sebbene sia importante fare una distinzione tra una personalità che presenta tratti narcisistici non disfunzionali, quindi la persona che, sebbene ambiziosa, autonoma e sicura di sè, riesce a stare in una relazione di attaccamento impegnata, mostrando empatia e interessandosi all’altro e ai suoi bisogni e un vero e proprio disturbo di personalità narcisistico. In questo ultimo caso è chiaro che le conseguenze su un piano relazionale sono molto diverse.

Il bisogno di attenzione e ammirazione del narcisista sono talmente forti che in molti casi sceglie più di una “vittima”, in modo da assicurarsi  continui approvvigionamenti all’autostima così fragile e dipendente dalle conferme esterne. Non è raro, quindi, che il narcisista abbia una partner ufficiale, che può essere la moglie o la fidanzata, e una o più amanti tra le ex compagne che il narcisista stenterà a lasciar andare e le nuove conquiste. E’ molto raro trovare un narcisista completamente solo; è più facile trovarlo coinvolto in una nuova conquista, impegnato in una relazione, impegnato a riagganciare una ex partner, in ogni caso connesso in relazione con una o più donne che possano alimentare il suo grande bisogno di sedurre e avere attenzioni. Nella fase iniziale di un rapporto, il narcisista vitalizzato dalla novità, dal gusto della conquista, dall’euforia associata alla fase dell’innamoramento, tipicamente sfodera le sue armi migliori, non è raro che faccia dichiarazioni importanti più tipiche di una fase avanzata del rapporto (“tu sei la donna della mia vita”, “sposiamoci presto”, “lascerò mia moglie per te e faremo un figlio”, ecc) e che sia molto presente. Questa fase, definita di “love bombing”, ha però una durata limitata perchè prima o poi, una volta conquistata la partner, il narcisista mostrerà anche gli altri aspetti della sua personalità. Sotto l’immagine di autosufficienza, sicurezza, imperturbabilità, grandiosità più o meno manifesta che il narcisista vuole e cerca di mostrare al mondo, si nasconde un nucleo di vulnerabilità, non amabilità, inadeguatezza al quale il narcisista non accede e che si trasforma in una rabbia scaricata proprio sulla partner alla quale è affettivamente più legato e con la quale ha una relazione di attaccamento. Per il narcisista la solitudine è qualcosa di intollerabile, dal momento che nella solitudine sperimenta quell’antico vuoto affettivo che cerca di riempire continuamente attraverso le attenzioni degli altri, i successi lavorativi, le conquiste amorose. Se questi approvvigionamenti vengono a mancare (insuccesso lavorativo, fine di una storia, ecc) il narcisista sperimenta un grande senso di vuoto che può colmare ricercando le attenzioni di una seconda vittima, fonte di approvvigionamento secondario e, nel caso in cui essa non sia presente, troverà altri modi per non sentire quel vuoto  e rivitalizzarsi (uso sostanze, attività vitalizzanti, diete e allenamenti in palestra, ecc).

Il narcisista ha una grande dipendenza affettiva dalle partner con cui instaura una relazione, proprio perchè non tollera la solitudine che rappresenta lo stato temuto, in quanto vengono a mancare le conferme di cui ha tanto bisogno per sopravvivere al vuoto. Sentendo di godere di più diritti rispetto agli altri in quanto “esseri speciali”, i narcisisti tendono ad avere molte pretese nei rapporti di coppia e a porsi in una posizione di dominanza; i suoi bisogni sono sempre più importanti di quelli della partner, le sue richieste più legittime, le sue mancanze più comprensibili. E’ chiaro che questo ruolo all’interno della relazione spesso va a incastrarsi molto bene con una partner co-dipendente, tendente all’autosacrificio, empatica, disponibile a prendersi cura dell’altro più che di se stessa. In questo modo il narcisista può assicurarsi tutte le attenzioni del mondo senza dover a sua volta corrispondere. Infatti spesso le partner dei narcisisti sono donne autonome, che tendono a non esprimere i loro bisogni e a cavarsela da sole. E’ proprio quando la partner minaccia o lascia il narcisista che emerge la dipendenza affettiva del narcisista, infatti le reazioni sono spesso molto forti e molto diverse dal distacco e dall’indifferenza che in genere tende a mostrare, e preso dal terrore dell’abbandono, farà di tutto per riagganciare la partner. Nel tentativo di riprendere la relazione userà qualsiasi mezzo, che va dalle minacce psicologiche, agli attacchi verbali, alla violenza fisica, alle menzogne, cosa tipica di questi soggetti. All’interno della relazione tenderà a dominare, manipolare, incolpare, sedurre, minacciare l’abbandono in modo da garantirsi una posizione di potere e mantenere la partner in un ruolo di dipendenza e sottomissione. Uscire da una relazione con un narcisista non è affatto semplice perchè sono molto abili a riprendere la partner promettendo di cambiare, ritornando ad essere premurosi e attenti come nei primi tempi, cercando di compiacere la partner in tutte le sue richieste, ma purtroppo il cambiamento sarà solo transitorio.

 

Il narcisista patologico e la dipendenza affettiva

 

Nel campo delle dipendenze relazionali il concetto di “narcisista perverso o patologico” non descrive una patologia della personalità, ma una modalità di costruire rapporti sentimentali all’insegna del controllo del partner e del disimpegno dal rapporto. Ciò vuol dire che il narcisista perverso non può essere considerato necessariamente un soggetto patologico; è piuttosto un individuo che adotta strategie congruenti col proprio obiettivo di base: alimentare la sicurezza di sé a scapito dell’altro e con un investimento minimo. Rispetto alle sue “vittime”, che ricercano una relazione amorosa intensa e durevole, il narcisista nutre indifferenza. Se sollecitato al confronto, può reagire con fastidio o rispondere con violenza. Dal proprio punto di vista privo di empatia, il narcisista perverso non può comprendere a appieno le esigenze dell’altro e vive le sue richieste come indebite e illegittime. Fare lo sforzo di capire e di ascoltare lo metterebbe nella sgradevole posizione di rinunciare al controllo e alla supremazia sulla partner. Per questo, chi si ostina nella relazione con un narcisista perverso non ha alcuna speranza di riuscita e, senza accorgersene, si sta impegnando in un atto auto-lesionista e sterile. Nessuna azione, nessuna persuasione, nessun sacrificio, cambiamento o strategia muterà il narcisista perverso in un Principe Azzurro. Eppure l’ossessione che avviluppa le vittime e che le soggioga a volte per anni, a volte per tutta la vita, è quella di essere sostituite da donne più belle e più capaci di farsi amare.

All’inizio della relazione il narcisista perverso tende a celare l’irrequietezza e l’intolleranza con cui osserva l’altro. Ma, mano a mano che il rapporto prosegue, il narcisista perverso conquista spazi di manovra sempre più ampi e sottopone la partner a conflitti o umiliazioni di intensità crescente, come a voler misurare il proprio potere. Le reazioni disperate della vittima lo rassicurano e lo gratificano. A tratti può commuoversi per lo stato di prostrazione in cui riduce la compagna e cercare di “rimediare” con qualche coccola e promesse di cambiamento. Queste condotte riparatorie non fanno che confondere la vittima e alimentare la sua dipendenza, perché fomentano l’illusione amorosa.

Il narcisista patologico e la dipendenza affettivaChi rimane impigliata/o nella dipendenza affettiva con un/ una narcisista perverso/a viene inizialmente sedotto dalla sicurezza con cui il/la partner sembra sceglierli. Subito dopo, però, scatta la tagliola dell’ambivalenza e dell’incostanza, l’alternanza disperante di silenzi e di attacchi che caratterizza questo tipo di dipendenze amorose. L’ambiguità della comunicazione narcisistica è tale da offrire infiniti spunti perché la vittima la interpreti in modo egocentrico, secondo il proprio sistema di valori e le proprie aspettative. La sfida più complessa per chi precipita nel vortice della dipendenza affettiva da un narcisista perverso è imparare a tradurre secondo un altro sistema di riferimento, un diverso modello di realtà, messaggi che sembrerebbero incoraggiare la relazione e che invece perseguono il solo scopo di congelarla in un comodo e disimpegnato “equilibrio” che gratifichi l’immagine grandiosa del narcisista. Ciò che sprofonda il partner del narcisista è innanzitutto la difficoltà a individuare con chiarezza l’inutilità delle proprie azioni all’interno del rapporto e il rassegnarsi all’idea che qualunque cosa farà, sarà sbagliata. Non c’è modo, infatti, di accendere l’amore nell’altro. Anche quando il narcisista sembra avvicinarsi, ritornare sui suoi passi, anche quando sembra amare teneramente sta manipolando. E basta. Manipola perché non tollera di perdere il controllo, di essere abbandonato e, soprattutto, di essere smascherato nella sua incapacità affettiva. Ed ecco il primo errore da evitare: tentare di smascherare il partner ponendolo davanti al suo egoismo, all’incostanza, alla ferocia dei suoi silenzi, alla violenza delle sue sparizioni. Pur di mantenere integra l’immagine positiva di sé, il narcisista si difenderà persuadendo la partner di essere inadeguata e pazza e giustificando i propri comportamenti come reazioni alla sua pochezza. Oppure si adeguerà temporaneamente alle richieste della vittima al solo scopo di dimostrarle che ha torto, per poi tornare repentinamente alle usuali modalità sadiche e anaffettive. In questo quadro, ogni tentativo di smascheramento finisce per perpetrare lo schema della relazione e alimentare l’ossessione. Per uscirne davvero occorre abbandonare l’esigenza di ottenere dall’altro scuse e ammissioni e prendere la decisione di agire con autonomia. Sarà solo il primo passo, perché quando il narcisista perverso sente che la preda si allontana si attiva per ricatturarla ed è capace di ricomparire anche a distanza di mesi o di anni pur di ristabilire il suo potere. Per farlo può ricorrere alla richiesta di chiarimenti, tentare la carta dell’amicizia o riproporsi in modo seduttivo attraverso il love bombing. Il secondo errore da evitare è accettare di “chiarire” la situazione faccia a faccia, nella consapevolezza che si tratti di una trappola per continuare il massacro. Per la vittima è una decisione difficile perché, più o meno consciamente, subisce con stupore il fascino del riavvicinamento di qualcuno che credeva la disprezzasse e che, all’improvviso, assume un atteggiamento interlocutorio sulla relazione. La parola d’ordine è “No”. Non vedersi, non “chiarire” nulla, non avere più nulla a che fare con l’altro, almeno finché il percorso di liberazione e di emancipazione dalla dipendenza affettiva non sia compiuto.

Il terzo errore da evitare è mantenere aperta la comunicazione col narcisista perverso. Niente sms, Facebook, nessun contatto diretto o indiretto (no contact) sono le chiavi per superare l’astinenza affettiva e concludere per sempre la relazione. Infatti, non si può “guarire insieme” dalla dipendenza affettiva quando è attivata dal narcisismo, non può in alcun modo essere un percorso congiunto, ma è il frutto di una elaborazione individuale della “vittima” che, sulla base del riconoscimento degli schemi dell’altro, conclude con determinazione e coraggio che l’unione in cui si era cimentata fosse realmente impossibile.

Il dipendente affettivo finisce per concentrarsi completamente su di sé, sui propri “errori”, sul proprio dolore, perdendo di fatto la percezione realistica del “soggetto” che “ama”, “soggetto” che diventa oggetto, totem, utopia. Nulla di simile all’originale narcisista, instabile e a propria volta gravemente avulso dalla realtà e dalla relazione. Nella mente del narcisista l’altro non esiste, non esiste come interlocutore, non esiste come persona, ma è solo specchio e strumento per convalidare la propria immagine e arricchire una narrazione egocentrica, grandiosa, che necessita di vittime da sacrificare alla propria personalità despota e sovrana.

Il narcisista e la sua partner sono due ciechi incapaci di vedersi l’un l’altro, condannati a presupporre l’esistenza di un “amore” che è soltanto la proiezione terrificante dell’incapacità di amare qualcuno all’interno di una realtà psicologica diversa: congiunta, appagante, condivisa e progettuale.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutare la persona, uomo o donna che sia, ad uscire da una relazione di dipendenza affettiva con un/una narcisista patologico/a, partendo dalla comprensione del proprio funzionamento psicologico e dai fattori cognitivi, emotivi e comportamentali che mantengono e rafforzano la dipendenza. La psicoterapia può essere di grande aiuto anche per i soggetti affetti da un disturbo narcisistico di personalità.

 

Donne che amano troppo…quando una relazione d’amore fa soffrire

 Se un individuo è capace di amare positivamente, ama  anche se stesso;
se può amare solo gli altri non ama affatto

ERICH FROMM, L’arte di amare

 

Il titolo di questo articolo è ripreso da un libro famosissimo “Donne che amano troppo”, scritto da Robin Norwood, psicoterapeuta americana che si occupa di dipendenze, dalle più tipiche e conosciute come la dipendenza da alcol e altre droghe, a quella forse meno riconosciuta dai non addetti ai lavori come forma di dipendenza, ma che invece può essere fonte di grandi sofferenze, “la dipendenza affettiva” o “love addiction”. La tendenza ad amare troppo, restando inchiodate in relazioni insoddisfacenti, non rispondenti ai nostri bisogni di amore, cura, attenzione o avere estrema difficoltà a troncarle sembra essere un fenomeno prevalentemente femminile, sebbene esistano anche uomini caratterizzati da questa forma di dipendenza.

I fattori storico-culturali giocano un ruolo importante in questo senso; il ruolo della donna è stato confinato per millenni a quello di cura dei figli e della casa, le è stato trasmesso di generazione in generazione che è debole e bisognosa di protezione (da parte della figura maschile), che è fragile, paurosa, dipendente. Per quanto certi insegnamenti siano oggi superati, sono ormai entrati a far parte dell’inconscio collettivo femminile condizionando il modo in cui la donna può vivere la relazione affettiva con un uomo.

Quando si ama troppo?

Quando l’amore da esperienza appagante, di gioia e di pienezza si trasforma in un qualcosa che ci fa soffrire, ci ossessiona e ci impedisce di vivere appieno la nostra vita. Quando essere innamorate significa soffrire, allora stiamo amando troppo; quando sistematicamente tendiamo a giustificare l’indifferenza, il malumore, il cattivo comportamento o i tradimenti del partner, stiamo amando troppo; quando tendiamo ad attribuirci la colpa di non essere abbastanza attraenti o affettuose di fronte a comportamenti del partner che ci hanno offese e ferite, allora stiamo amando troppo. Cosa c’è dietro questo attaccamento morboso a qualcuno che non può o non è disposto a darci l’amore che con tanta fatica e dolore proviamo a rincorrere? La Norwood ritiene che ci sia la paura, paura di restare sole, paura di non essere sufficientemente amabili, paura di essere ignorate o abbandonate. Il modo di porsi in relazione di una tipica donna che “ama troppo” è quello di controllare l’altro rendendosi assolutamente necessaria, la convinzione è che concentrandosi sui bisogni dell’altro e facendo di tutto per compiacerlo, l’altro non potrà più fare a meno di lei. E’ importante mettere in evidenza come accanto ad una donna che ha bisogno che qualcuno abbia bisogno di lei, c’è sempre un uomo che ha bisogno di qualcuno che accetti di essere responsabile per lui, in un gioco o “danza relazionale” dove entrambe le parti partecipano con ruoli, bisogni, paure specifiche, attivando un ciclo interpersonale che si autoalimenta reciprocamente.

La dipendenza affettiva in una relazione di per sé non è patologica. E’ assolutamente normale, in particolare durante la fase dell’innamoramento, che ci sia un certo grado di dipendenza e fusione con il partner. Il desiderio di dipendenza dovrebbe diminuire con lo stabilizzarsi del rapporto lasciando nella coppia una piacevole percezione di autonomia. Chi manifesta i sintomi della dipendenza affettiva, invece, ha un desiderio di fusione che si mantiene inalterato nel tempo.

Anche se la dipendenza affettiva non viene considerata nei manuali diagnostici come una vera e propria patologia, essa può raggiungere una forma così estrema da diventare patologica e presentare caratteristiche simili alla dipendenza da uso di sostanze.

La paura della donna che ama troppo da dove si origina? Si origina dal disvalore personale, da una  sfiducia nella propria capacità di essere amata e accettata per quello che è, che la porta a ricercare all’esterno da sé (nell’uomo) conferme che non è in grado di dare a se stessa. Ovviamente tale ciclo interpersonale si autoalimenta in una dinamica senza soluzione, perché più la donna si sacrifica e lotta per salvaguardare il rapporto con un uomo indisponibile, distante, maltrattante, che non ricambia l’amore, più lui continuerà a perpetuare distanza, non amore, indifferenza, dando vita ad una rigida cristallizzazione di ruoli.

Partendo dal presupposto che non esiste disturbo in ambito psicologico/psichiatrico determinato da un unico fattore, ma sono sempre la relazione tra temperamento di base e esperienze di vita a determinare un eventuale esito psicopatologico, sembra che una donna che ama troppo abbia fatto esperienza nell’infanzia e nell’adolescenza di un ambiente familiare che, per motivi diversi, non è stato in grado di rispondere a bisogni fondamentali di amore, cura, sicurezza, empatia, accettazione incondizionata, espressione spontanea dei propri bisogni. Dai traumi con la T maiuscola quali abusi fisici e sessuali, al mancato soddisfacimento di bisogni fondamentali di ogni essere umano, i quali passano anche attraverso un’eccessiva rigidità familiare, dove l’obbedienza alle regole e la punizione severa di fronte alla loro trasgressione, diventa strumento disciplinare principe, da una mancanza o un deficit nella capacità empatica, nel calore affettivo, e così via. Famiglie conflittuali, rifiutanti, fredde affettivamente o che mostrano atteggiamenti, valori, comportamenti contraddittori di fronte al figlio rendono difficile promuovere in lui la capacità di fare affidamento sulle proprie percezioni e sui propri bisogni e di utilizzarli come guida per fare scelte in linea con i propri desideri.

Le esperienze relazionali vissute nelle prime fasi di sviluppo tendono a riproporsi anche nella vita adulta se non accettiamo di affrontarle ed elaborarle, capendo che se erano utili quando si sono formate in quello specifico contesto familiare, oggi ci rendono schiavi di una lotta affannosa senza possibilità di vittoria. Un percorso terapeutico può essere utile per quelle persone che sistematicamente hanno a che fare con partner che sembrano non poterle mai rendere felici per un motivo o per un altro. Il punto di partenza è scegliere di assumersi delle responsabilità sviluppando una relazione con se stessi perché “ nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stessi, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l’amore, possiamo trovare solo altro vuoto”.

A cura di Laura Marchi

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