Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale Pisa e provincia

Tag: disturbi alimentari Pagina 1 di 2

Il disgusto per il proprio corpo

Il disgusto è un’emozione importante per la nostra sopravvivenza perchè ci protegge dal rischio di ingerire alimenti avariati e quindi nocivi per la nostra salute. La tipica reazione che mettiamo in atto di fronte a un cattivo odore è, oltre alla tipica espressione facciale caratterizzata da naso arricciato e sguardo contrariato, quella di allontanarsi dall’alimento in questione o sputarlo se lo abbiamo messo in bocca e iniziato a masticare.

Il disgusto, nella sua variante sociale, può essere generato anche dalla vista del proprio corpo in  persone affette da disturbo da dismorfismo corporeo e da disturbi alimentari, dove il corpo è oggetto di valutazioni ossessive e severe generatrici di grande sofferenza emotiva.

Il disgusto provato verso il proprio corpo o parti di esso è frequente nei disturbi alimentari e non è una semplice insoddisfazione estetica, ma piuttosto un’emozione viscerale, profonda, spesso totalizzante che limita il benessere e i comportamenti delle pazienti, che arrivano ad evitare di esporsi al mare, nei rapporti intimi, si sottopongono a diete restrittive e ad attività fisica compulsiva con lo scopo di cambiare il corpo.  Quando una persona affetta da DCA si guarda allo specchio si focalizza sulle parti del corpo odiate, che per effetto dell’attenzione selettiva, vengono percepite dal cervello ingrandite e deformate rispetto alla realtà; in questo modo il disgusto si rafforza e autoalimenta.  Alcuni comportamenti messi in atto per trovare sollievo finiscono per aumentare la sofferenza emotiva: pesarsi di continuo, fare check del corpo eccessivi e ripetuti, evitare sistematicamente di esporre il corpo o di pesarsi, confrontare il proprio corpo o parti di esso (quelle odiate) con le stesse parti del corpo ammirate negli altri, ecc.

L’importanza di trattare l’immagine corporea nei DCA è indicata dalle evidenze scientifiche che indicano un aumento del rischio di ricaduta post-trattamento se non viene affrontata. Il lavoro sull’immagine corporea è inserito all’interno del trattamento cognitivo-comportamentale dei disturbi alimentari (CBT-E), che oltre a lavorare sui check, sulla dieta, sull’eccessiva valutazione di peso, forma del corpo e alimentazione, può integrare tecniche di esposizione corporea (mirror exposure), dove la paziente di fronte allo specchio si espone gradualmente a parti del corpo, inizialmente quelle neutrali o gradite, es. mani o piedi, per poi passare a quelle più impattanti a livello emotivo. L ‘obiettivo è imparare gradualmente ad osservare il proprio corpo astenendosi dal giudicarlo in modo feroce, es. “le mie gambe fanno schifo” e imparando a usare un linguaggio descrittivo, es. le mie gambe sono di colore rosa, lunghe, rotonde. Il disgusto verso il corpo in realtà nasconde ferite profonde che hanno origine nella storia di vita delle pazienti, in storie di attaccamento dolorose o traumatiche, che devono essere rielaborate nel percorso terapeutico con tecniche empiricamente supportate (imagery rescripting, EMDR) per poter prevenire ricadute.

 

 

 

 

 

Trattare i disturbi di personalità in pazienti affetti da disturbi alimentari: una grande sfida terapeutica

I disturbi alimentari sono condizioni cliniche molto serie, con conseguenze negative sul piano medico, psicologico e sociale e molto diffusi nella popolazione generale, le stime di prevalenza si aggirano attorno al 2% (Qian et al., 2022). La mortalità nell’anoressia restrittiva è la più alta tra i disturbi psichiatrici e i dati relativi alla percentuale di remissione con i trattamenti esistenti si aggirano attorno al 50%, pertanto la necessità di migliorare l’outcome impone di ripensare al trattamento, tenendo conto della complessità dei quadri clinici presentati dai pazienti.

La ricerca indica la presenza di disturbi di personalità in comorbidità con i DA in circa il 60-70% dei casi e questo significa impostare il lavoro terapeutico tenendo conto dell’impatto che aspetti disfunzionali della personalità hanno sui sintomi alimentari, sulla motivazione al trattamento, sulla fiducia nel terapeuta e nei compiti assegnati, sulla metacognizione e il monitoraggio emotivo. I disturbi di personalità (DP) più frequentemente associati ai DA sono il disturbo ossessivo-compulsivo (in comorbidità con l’anoressia nervosa), il disturbo borderline di personalità (nella bulimia e nell’anoressia sottotipo binge-purging), il disturbo evitante, dipendente, paranoide di personalità.

I DP sono caratterizzati da visioni di sè molto negative come “non amabile”, “di scarso valore”, “fragile”, “costretto”, “impotente” e dell’altro come minaccioso, dominante, abusivo, critico, trascurante e queste visioni sè-altro coinvolgono anche il terapeuta mettendo a rischio la tenuta della relazione stessa, oltre che influenzare l’umore, la regolazione emotiva, le capacità metacognitive e le condotte sociali, come l’isolamento, la conflittualità, la dipendenza emotiva. I disturbi di personalità sono spesso associati anche a sintomi come disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, uso di sostanze e PTSD.

Come intervenire quando il quadro clinico si presenta così complesso? La ricerca indica che intervenire sulla sintomatologia alimentare con protocolli  evidence-based DA-focused quando ci sono disturbi di personalità in comorbidità nella migliore delle ipotesi crea un beneficio transitorio che però non protegge il paziente da potenziali ricadute future concomitanti a sfide e delusioni relazionali, es. se la persona continua ad avere una bassa autostima, sarà più a rischio di riprendere gli atteggiamenti alimentari disfunzionali di fronte a stress relazionali che attivano le convinzioni centrali di scarso valore. Lavorare contemporaneamente sui comportamenti alimentari e sui meccanismi centrali dei DP come l’alessitimia, il perfezionismo clinico, la disregolazione emotiva, la bassa autostima, l’isolamento sociale, la scarsa capacità metacognitiva, che sono strettamente legati e si influenzano reciprocamente, assicura una maggiore aderenza al trattamento, un rischio inferiore di drop-out e una migliore protezione per eventuali ricadute successive.

 

 

Pregoressia: quando la gravidanza incontra il controllo

La pregoressia è una condizione clinica che avviene durante la gravidanza e riguarda atteggiamenti problematici nei confronti dell’alimentazione e della propria corporeità. Non è una diagnosi ufficialmente riconosciuta nei manuali diagnostici internazionali, ma può avere conseguenze molto gravi sulla salute del feto e della madre e quindi sta sempre più catturando l’attenzione dei ricercatori e dei clinici. E’ caratterizzata dalla riduzione dell’assunzione calorica e dall’aumento di attività fisica con lo scopo di contenere il più possibile l’aumento di peso e il cambiamento della forma corporea inevitabile in gravidanza, ma indesiderata e fortemente temuta dalle donne che soffrono di questa malattia. Questi comportamenti compensatori sono la conseguenza di insoddisfazione e preoccupazione corporea e di una eccessiva importanza attribuita al peso, al corpo e all’alimentazione che rappresentano il nucleo centrale e specifico dei disturbi alimentari. Sia la gravidanza che il periodo post-partum sono periodi critici di vulnerabilità nella vita della donna e possono rappresentare sia un fattore precipitante per lo sviluppo di pregoressia o rappresentare una ricaduta in persone che hanno sofferto di problemi alimentari in passato.

La gravidanza richiede un adeguato apporto nutrizionale per garantire la salute del nascituro e della madre, ma le donne che soffrono di pregoressia limitano l’apporto calorico mettendo a rischio la salute del nascituro; il rischio di aborti spontanei, nascite pre-termine e basso peso alla nascita. E’ molto importante che le figure professionali che entrano in contatto con queste donne (ginecologi, ostetriche) siano informate sulle caratteristiche di questa condizione clinica in modo da indicare un aiuto psicologico specifico e mirato al lavoro sulla problematica alimentare.

La terapia cognitivo-comportamentale è un trattamento evidence-based indicato per i disturbi alimentari, che interviene sui fattori di mantenimento cognitivi, emotivi e comportamentali dei sintomi  e sull’eccessiva importanza attribuita alla fisicità come criterio di valore personale. Ricostruire la storia di vita del paziente e comprendere come il sintomo alimentare tenti di soddisfare un bisogno relazionale profondo che altrimenti il paziente sente di non poter ottenere è fondamentale per il lavoro terapeutico.

 

 

 

L’ortoressia nervosa: l’ossessione per il cibo sano

Sta sempre più crescendo l’interesse pubblico e mediatico verso stili di vita salutari, corrette abitudini alimentari, che sono utili per migliorare il benessere e contrastare l’obesità, sempre più diffusa in Italia anche in infanzia e adolescenza. Accanto a una corretta informazione scientifica, esistono anche contenuti mediatici lanciati da celebrità o presunti esperti che invitano a diete prive di latticini, glutine, carboidrati, ecc. che possono influenzare in modo negativo le abitudini alimentari delle persone e quindi destano preoccupazione.

Sta crescendo sempre più l’interesse verso una vera e propria condizione patologica, sebbene non sia inserita nelle diagnosi del DSM-5 (APA, 2013) e dell’ICD-11, che è l’ortoressia, una condizione caratterizzata da un’ossessione per il cibo sano, pulito, decontaminato, biologico, che porta a isolamento sociale, sensi di colpa, ansia e frustrazione se per qualche ragione il soggetto è impossibilitato a cibarsi dei cibi prescelti. La rigidità che caratterizza le scelta alimentare di questi soggetti comporta l’investimento di una grande quantità di tempo per pianificare e preparare i pasti, sensi di colpa se si mangia in modo “non salutare”, evitamento di pasti fuori casa, esclusione di molti cibi che può portare anche a malnutrizione per difetto. Rispetto alle diagnosi ufficiali dei disturbi alimentari (Bulimia, Anoressia, BED), l’ortoressia nervosa sembra essere più equamente distribuita tra uomini e donne. Inoltre, a differenza di altri DCA, ad essere centrale in questa malattia è la qualità del cibo e non tanto la quantità, lo scopo non è tanto la magrezza, ma la purezza del cibo e la propria salute fisica. Le preoccupazioni per la forma del corpo sono meno prominenti. Condivide con l’AN e con il disturbo ossessivo-compulsivo, l’ansia e il perfezionismo. Questo ultimo aspetto rappresenta un fattore di rischio per l’ortoressia dal momento che, se per seguire una dieta salutare è necessario avere auto-controllo, la persona perfezionista adotterà regole molto rigide, che caratterizzano i soggetti ortoressici.

Anche l’ansia è considerata un fattore di rischio per l’ortoressia nervosa, dal momento che i soggetti affetti hanno preoccupazioni intense sulla propria salute fisica e sono terrorizzati all’idea di consumare cibo poco salutare. L’ansia per la salute è stato ipotizzato come un fattore correlato e predittivo dell’ortoressia nervosa (Kiss-Leizer et al., 2019; Tóth‐Király et al., 2020).  In questo senso i sintomi ortoressici potrebbero essere concettualizzati come meccanismi di coping per l’eccessiva preoccupazione per lo sviluppo di malattie. Sembra essere pertanto presente una relazione tra ansia per la salute, perfezionismo e ortoressia.

Data la gravità della condizione è fondamentale richiedere aiuto ad un professionista esperto di disturbi alimentari qualora ci sia il sospetto di soffrire di questa malattia che può deteriorare la salute fisica, aspetto centrale in questi soggetti, a causa della mancanza di nutrienti e dell’esclusione di molti cibi fondamentali dalla dieta. Inoltre la relazionalità è spesso limitata se non evitata totalmente a causa della difficoltà ad adattarsi flessibilmente a mangiare cibi diversi da quelli considerati “sani”. Al momento attuale la terapia cognitivo-comportamentale per i DCA è il golden standard.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sindrome da alimentazione notturna

La sindrome da alimentazione notturna (Night Eating Syndrome; NES) è un disturbo inserito nella sezione dei Disturbi della Nutrizione e della Alimentazione del DSM-5 (APA, 2013) tra i disturbi alimentari con altra specificazione. Descritta per la prima volta nel 1955 da Albert Stunkard come un disturbo caratterizzato da alimentazione eccessiva durante le ore serali e durante la notte, umore basso durante la sera, insonnia e anoressia mattutina. I criteri diagnostici includono: 1) assumere più del 25% delle Kcal giornaliere dopo cena o avere almeno due episodi di alimentazione notturna alla settimana. I pazienti devono ricordare e descrivere gli episodi. Inoltre devono essere presenti almeno tre dei seguenti sintomi: frequente inappetenza mattutina, spinta a mangiare nel periodo che va da dopo cena a prima di coricarsi o durante la notte, insonnia, convinzione che mangiare aiuti a riprendere il sonno e umore che peggiora nella sera. Il disturbo causa notevole stress e una riduzione dell’efficienza quotidiana e deve durare almeno tre mesi. Devono essere escluse cause mediche, farmacologiche, uso di sostanze o altri disturbi psichiatrici che possono spiegare i sintomi. E’ un disturbo piuttosto comune, la prevalenza è di circa 1.1-1.5% della popolazione, di cui un range che va dal 6 al 16% soffre di obesità e una percentuale che va dal 5 al 44% soffre di disturbi alimentari in comorbidità. L’intento di questo articolo è quello di sintetizzare la letteratura scientifica sull’argomento in particolare in merito alle possibili cause e ai potenziali trattamenti disponibili, tenendo in considerazione i dati ancora scarsi e i campioni di studio non sempre rappresentativi poichè poco numerosi.

Per quanto riguarda possibili meccanismi causali, gli studi di Stunkard (2009) hanno messo in luce delle alterazioni nel ritmo circadiano (che regola funzioni come l’appetito, la secrezione ormonale, il sonno, la sazietà, la temperatura corporea); i soggetti affetti da NES mostrano un ritardo nella secrezione di grelina, leptina e cortisolo, che giocano un ruolo cruciale nel controllare appetito, sazietà e sonno. Questa disregolazione nel ritmo sonno-veglia e nell’appetito, porta ad un’assunzione eccessiva di cibo nelle ore serali e notturne, compromettendo la qualità del sonno e riducendo l’appetito durante il giorno.

Sono state ipotizzate anche alterazioni ormonali come una maggiore quantità di cortisolo, causato da stress cronico che, da un punto di vista biologico, si associa a una maggiore fame e assunzione di cibo, soprattutto ad alto contenuto di zuccheri e grassi e a una riduzione del sonno. Gli individui affetti da NES spesso riportano che i sintomi sono comparsi a seguito di un periodo altamente stressante.

Per quanto riguarda i fattori psicologici implicati nella NES, la ricerca ha messo in luce una elevata comorbidità tra NES  e altre psicopatologie, in particolare depressione, disturbi d’ansia e disturbo da uso di sostanze. Queste comorbidità riguardano in generale tutti i disturbi alimentari. Sono presenti comorbidità tra NES e altri disturbi alimentari, in particolare il BED. Le presentazioni in comorbidità rendono più complessi i trattamenti.

La regolazione emotiva può essere descritta come un insieme di capacità che coinvolgono. 1) la capacità di accettare ed essere consapevoli delle proprie emozioni 2) DI rimanere focalizzati sull’obiettivo inibendo i comportamenti impulsivi quando le emozioni negative aumentano; 3) usare strategie appropriate per modulare l’intensità o la durata dell’esperienza emotiva. Una buona regolazione emotiva si associa a una buona sapute psicologica, a un buon funzionamento relazionale, mentre difficoltà in quest’area spesso correlano con un rischio maggiore di soffrire di disturbi mentali, tra cui i disturbi alimentari. Le abbuffate e le restrizioni sono considerate strategie di coping maladattive di evitamento o di soppressione di stati emotivi dolorosi che non vengono identificati e regolati in modo funzionale. Invece di fronteggiare gli stati emotivi dolorosi, chi soffre di DCA tende a evitarli e sopprimerli, aumentando il rischio di ricadute e peggiorando le condizioni psicologiche. La NES potrebbe essere inquadrata come un meccanismo di coping di stati mentali dolorosi legati ad altri aspetti del proprio funzionamento psicologico/personologico che vengono attivati da situazioni esterne (relazionali, lavorative, ambientali). Gli episodi di alimentazione notturna potrebbero fornire un sollievo momentaneo da stati dolorosi, alterando però il ritmo circadiano e provocando ulteriore stress (colpa, vergogna) nel lungo termine.

Sono stati inoltre individuati due tratti di personalità come possibili fattori di rischio coinvolti in diversi disturbi mentali tra cui quelli alimentari: il neuroticismo (tendenza a sperimentare emozioni negative, insicurezza e vulnerabilità) e l’impulsività (spesso correlata con comportamenti rischiosi, come uso sostanze e perdite di controllo sul cibo come le abbuffate). Gli individui con più alti livelli di impulsività potrebbero essere più a rischio di sviluppare abbuffate notturne.

E’ utile fare una distinzione tra  BED e NES, sebbene possano presentarsi in comorbidità. Se nel BED è possibile che possano avvenire episodi di abbuffata nella notte o dopo cena, questa peculiarità temporale non è una caratteristica centrale del BED, dove gli episodi di alimentazione eccessiva e discontrollata avvengono perlopiù durante il giorno. Inoltre nel BED la quantità di cibo consumata durante le abbuffate è significativamente più elevata rispetto alla NES, le preoccupazioni per la forma del corpo e del peso sono più intense nel BED, non ci sono alterazioni nel ritmo circadiano.

L’insonnia, in genere iniziale e centrale, è correlata alla NES, pertanto è necessario tenerla in considerazione nel trattamento di questi pazienti. L’insonnia e i disturbi del sonno possono precedere il disturbo alimentare o questo può essere un trigger di difficoltà del sonno. La diagnosi differenziale con disturbi alimentari-legati al sonno come lil Night Sleep-Related Eating Disorder (NS-RED)  viene fatta tenendo conto conto della consapevolezza e memoria degli episodi di alimentazione notturna, laddove nella NES c’è il ricordo, nel NS-RED, gli episodi di abbuffata avvengono a seguito dei risvegli notturni, ma in assenza o con scarsa consapevolezza da parte del soggetto.

Per quanto riguarda il trattamento, la terapia cognitivo-comportamentale è stata proposta come un trattamento empiricamente supportato che può dare buoni risultati. La scheda di auto-monitoraggio per identificare la relazione tra l’alimentazione, i pensieri e  le emozioni è molto utile, così come l’apprendimento di strategie di regolazione emotiva adattive. La ricerca dovrà darci ulteriori risposte in merito ai fattori causali e ai trattamenti più efficaci.

 

 

 

 

 

Social media, immagine e corporea e sintomi alimentari

I disturbi alimentari sono un gruppo eterogeneo e molto invalidanti di condizioni psichiatriche che danneggiano in modo significativo il funzionamento psicologico e sociale della persona che ne soffre. Caratterizzati da un’alterazione dell’immagine corporea e preoccupazioni intense legate all’alimentazione e al peso, si manifestano con comportamenti alimentari persistenti e disfunzionali. Avere un disturbo alimentare aumenta la probabilità di soffrire di qualche disabilità medica (malattie cardiovascolari, ridotta densità ossea, ecc) e psichiatriche in comorbidità (ansia, depressione, sintomi ossessivi, ecc). L’anoressia nervosa è il disturbo psichiatrico con il tasso più elevato di mortalità (per suicidio o grave denutrizione).  L’incidenza più elevata la troviamo nei giovani adolescenti, soprattutto donne, anche se stanno aumentando i casi di adolescenti maschi ossessionati dal corpo, dai muscoli o dalla magrezza. Si riscontrano aumenti anche negli atleti e nelle minoranze di genere e sessuali.

Rispetto ai fattori di rischio implicati, non ne esiste uno solo, ma un complesso eterogeneo di fattori biologici, sociali, psicologici che creano una vulnerabilità allo sviluppo di un DCA. Tra questi fattori, l’immagine corporea è stata individuata dalla ricerca come uno dei predittori più potenti di sintomatologia alimentare. Essa riguarda il modo in cui pensiamo, sentiamo e agiamo nei confronti del nostro corpo e raramente è una fedele riproduzione dello schema corporeo, piuttosto gli individui con DCA tendono a guardarsi con la lente dei dismorfismo, trovando molti difetti, sentendosi grassi e orribili. Il tentativo di correggere i difetti percepiti nel corpo spinge le persone a intraprendere diete rigide.

Una revisione recente della letteratura su social media, immagine corporea e disturbi alimentari clinici e subclinici  nei giovani adolescenti, ha cercato di rispondere al quesito se i social media possono essere un fattore di rischio plausibile per lo sviluppo di disturbi dell’immagine corporea e problemi alimentari, considerando che attualmente l’uso dei social media è aumentato in modo esponenziale nei giovani, a livello globale. Studi recenti hanno stimato che che il 91% dei ragazzi americani e britannici usano regolarmente i social media e che più della metà li controllino almeno una volta ogni ora. La review ha concluso che un alta frequenza nell’uso dei social è correlata a insoddisfazione corporea, attraverso due fattori di mediazione che sono i confronti sociali con corpi magri ideali e l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza del corpo. In modo particolare piattaforme focalizzate sull’apparenza, come Instagram, sono significativamente associate a preoccupazioni sull’immagine corporea, patologie alimentari, ansia e depressione.

Possiamo trovare alcune spiegazioni di questa associazione partendo da alcune teorie che sono state proposte:

  1. Teoria socio-culturale: postula che gli agenti sociali (pari, famiglia, società) trasmettono un forte bisogno di conformarsi agli ideali estetici della società. Confronti online con corpi ideali porta a interiorizzare questo standard perfezionistico che favorisce l’adozione di diete e l’istaurarsi di circoli viziosi restrizioni-abbuffate.
  2.  Auto-oggettivazione  e teorie femministe: l’ipotesi è che in una società ossessivizzata dall’apparenza, le donne sono educate a interiorizzare una prospettiva di osservazione di sè in terza persona, che le spinge a un continuo check del corpo, insoddisfazione corporea e sintomi alimentari. I social offrono opportunità di postare immagini di sè che sono soggette a feedback e controllo (like, commenti).
  3. Gestione dell’impressione: teoria che ipotizza che i social danno l’opportunità alle persone di creare un’immagine ideale di sè online, sfruttando i vari filtri e ritocchi e la discrepanza tra questa e l’immagine reale favorisce l’aumento di preoccupazioni estetiche e a tentativi di correzione attraverso diete e altri mezzi.

 

Quanto emerso da questa review invita tutti a una riflessione importante che chiama in causa le figure sanitarie e le istituzioni che a vario titolo si occupano di normare e sensibilizzare/educare la popolazione. L’uso dei social è aumentato e non si fermerà, ma certo è possibile guidare i ragazzi ad un uso consapevole e critico, così come è importante lavorare per chiudere profili e account che favoriscono il diffondersi di immagini e informazioni pericolose per la salute psichica e fisica soprattutto degli adolescenti, che sappiamo essere una categoria vulnerabile.

 

 

ragazza che si abbuffa di fronte a abbondanza di cibo

Il ruolo dell’eccessiva valutazione del peso e del corpo nel Binge Eating Disorder

Non tutte le persone in forte sovrappeso o affette da obesità hanno un disturbo alimentare in comorbidità.

I disturbi alimentari (DCA), qualsiasi sia la diagnosi, sono caratterizzati da un nucleo psicopatologico specifico che è l’eccessiva valutazione di peso e forma del corpo; tali aspetti influenzano in modo pervasivo autostima, identità e comportamento. La letteratura scientifica ha messo in evidenza come ci siano differenze significative tra persone affette da obesità senza DCA e persone affette da binge eating disorder (BED) e obesità, in termini di gravità dei sintomi alimentari (abbuffate e alimentazione eccessiva e discontrollata) e di sintomi psichiatrici (ansia, depressione, ecc).

Una review recente (Melisse & Dingemens, 2025) che ha analizzato gli studi sull’argomento, ha tratto diverse conclusioni: i livelli di ipervalutazione di peso e forma del corpo per gli individui con un indice di massa corporea similmente alto, era più alto in quelli con BED rispetto a quelli con obesità senza DCA. Gli individui con BED condividevano con anoressia e bulimia nervosa gli alti livelli di distress psicologico legato alle eccessive preoccupazioni sul peso e sul corpo. Per questa ragione gli autori suggerirebbero di inserire tra i criteri diagnostici del BED l’eccessiva influenza che peso e corpo hanno sui livelli di autostima, criterio già presente nell’AN e BN sia nell’ICD-11 sia nel DSM-5 e importante perchè predice la gravità della patologia alimentare e della psicopatologia in comorbidità. In questo modo è possibile indirizzare il trattamento in modo più specifico, distinguendo i problemi legati al peso e all’alimentazione che non coinvolgono temi identitari legati all’autostima, da quelli che si strutturano come un vero e proprio disturbo alimentare.

 

 

 

ragazza che si abbuffa di fronte a abbondanza di cibo

Obesità e disturbi dell’alimentazione

L’obesità è una condizione medica cronica diffusa in tutto il mondo, soprattutto quello occidentale, spesso associata a complicanze mediche di una certa gravità e a mortalità prematura. Si definisce sulla base dell’indice di massa corporea (BMI≥30). E’ stato stimato che i grandi obesi rischiano di morire circa 20 anni prima; l’obesità è responsabile di più di 2,5 milioni di morti all’anno in tutto il mondo (WHO, 2002). Oltre ai rischi per la salute fisica, questa condizione medica è associata anche a una ridotta qualità di vita e a compromissioni della salute psicologica e sociale. Il pattern alimentare delle persone affette da obesità è caratterizzato dalla dieta e da un rigido controllo dell’alimentazione per un certo periodo, interrotto ripetutamente da perdite di controllo sul cibo con le abbuffate, alimentazione compulsiva, ma anche da alimentazione eccessiva non compulsiva con cibi e bevande altamente calorici.

L’obesità è una condizione con eziologia multifattoriale, fattori genetici, comportamentali, culturali  e sociali sono alla base del suo sviluppo. Detta più semplicemente è necessario avere una predisposizione genetica all’obesità per poterla sviluppare, ma perchè si manifesti davvero sono necessarie altre condizioni, tra cui uno stile di vita non sano improntato alla sedentarietà e ad un eccessivo introito energetico. I nostri antenati, cacciatori-raccoglitori, sono stati programmati per poter sopravvivere alle carestie; coloro che riuscivano ad assimilare e conservare energie nei periodi di fame sopravvivevano alla selezione naturale. Questi geni sono in parte responsabili del sovrappeso e dell’obesità diffuse.

La domanda che mi voglio porre in questo articolo è la seguente: l’obesità può essere considerata un disturbo alimentare? La risposta è no. Ci sono differenze ma anche intersezioni tra le due condizioni; in una percentuale non trascurabile di casi le due condizioni si sovrappongono nella stessa persona, giustificando la diagnosi di disturbo da alimentazione incontrollata, ma non sempre è così. In molti altri casi le differenze tra obesità e disturbi alimentari sono marcate; nel primo caso la distribuzione tra i sessi e le varie età è pressocchè identica, mentre nel secondo la prevalenza è più alta nel genere femminile e in età adolescenziale. Inoltre,  nell’obesità è necessario promuovere un controllo costante dell’introito calorico e del peso corporeo, mentre nei disturbi alimentari è necessario contrastare la sorveglianza continua di questi aspetti.

Le cure sia nell’obesità, sia nei disturbi alimentari devono essere multidimensionali, multiprofessionali, attente  al versante nutrizionale, alle complicanze mediche e ai fattori psicologici e socio-ambientali.

Ad oggi, il trattamento d’elezione, empiricamente supportato, per l’obesità associata al disturbo da alimentazione incontrollata è la terapia cognitivo-comportamentale, la CBT-OB (Disturbo da Binge-Eating associato all’Obesità), che coniuga insieme lo scopo di aumento del controllo sull’alimentazione e cessazione delle condotte di abbuffate e la perdita di peso necessaria per la salute. Il trattamento prevede 6 mesi di trattamento intensivo mirato al cambiamento nello stile di vita (dieta moderatamente restrittiva basata sui principi della dieta mediterranea) e aumento dell’attività fisica (utilizzo del contapassi e sessioni di esercizi di tonificazione) e un anno di mantenimento del peso con follow-up mensili.

L’alimentazione regolare: strumento efficace per il controllo del peso e la gestione dei disturbi alimentari

Il campo delle diete e dell’alimentazione è ricco di informazioni che arrivano da molti canali diversi: social media, televisione, riviste, esperti o presunti tali che propongono diete innovative che promettono dimagrimenti miracolosi in tempi record, alimentando la speranza che questo sia possibile e che finalmente questa sarà la volta buona. Troviamo di tutto, dalla dieta chetogenica, alla dieta Zona, Atkins, Tisanoreica, e così via e tutti condividono in linea di principio una riduzione giornaliera della percentuale di carboidrati previsti dalla dieta mediterranea, a vantaggio di grassi e proteine. Le diete a basso contenuto di carboidrati hanno una lunga storia: gli olimpionici greci 2000 anni fa mangiavano molta carne per migliorare la performance sportiva; nel 1863 un opuscolo a cura del dr. Banting dal titolo Letter on Corpulence, Addressed to the Public incoraggiava una dieta di carne, verdura, frutta per perdere peso che è diventata la base sulla quale vengono impostate le più moderne diete iperproteiche che hanno avuto grande popolarità a partire dagli anni ’70. La verità è che le linee guida delle più importanti società scientifiche internazionali raccomandano una lenta e graduale perdita di peso che dovrebbe variare tra 0,5 e 1 kg alla settimana, un monitoraggio costante dell’alimentazione, del peso e dell’attività fisica e l’adozione di una dieta flessibile che comprenda la giusta proporzione di tutti i nutrienti principali (carboidrati, proteine e grassi), limitandone le quantità in modo da creare un bilancio energetico negativo necessario per poter perdere peso. La parola chiave diventa la sostenibilità della dieta, ovvero l’adozione di uno stile alimentare che possa essere portato avanti nel lungo termine senza particolari restrizioni dietetiche, in modo da poter mantenere l’eventuale peso perso, cosa che spesso non viene garantita da diete fortemente restrittive e sbilanciate, che sono oltretutto spesso il fattore precipitante di un disturbo alimentare. Una metanalisi di 29 studi che indagano la perdita di peso a lungo termine evidenzia come più del 50% del peso viene recuperato entro 2 anni e l’80% entro 5 anni.

Le diete a basso contenuto di carboidrati (spesso scelte dalle persone con un disturbo alimentare) promettono perdite rapide di peso nel breve termine e questo è vero in quanto se una dieta ben bilanciata produce un deficit dietetico di 500 kcal al giorno che permette di perdere circa 0,5 kg a settimana, le diete iperproteiche fanno perdere 2-3 kg nella prima settimana, creando entusiasmo ma anche alte aspettative e speranze. Questa maggiore perdita di peso è dovuta ad un aumento della diuresi e, conseguentemente, una riduzione della sensazione di gonfiore. Quindi questa maggiore perdita di peso, legata a una maggiore perdita di acqua nel corpo, è limitata alla prima settimana, successivamente la perdita di peso va di paro passo con le regole del bilancio energetico e non della composizione della dieta. Questo vuol dire che a parità di bilancio energetico, il fatto che una dieta sia iperproteica o mediterranea, non ha influenza sul peso perso (Johnstone et al., 2014). La dieta mediterranea si associa a importanti benefici sulla salute, come la prevenzione di malattie cardiovascolari e di alcuni tumori.

Queste informazioni sono importanti anche alla luce del lavoro che come psicoterapeuti dovremmo affrontare con le pazienti affette da un disturbo alimentari, disturbi caratterizzati da preoccupazioni eccessive nei confronti del peso, della forma del corpo e dell’alimentazione, che seguono regole dietetiche rigide e estreme che, se portate avanti in modo costante portano a sintomi da malnutrizione e sottopeso caratteristici dell’Anoressia Nervosa o, se interrotti da perdite di controllo sull’alimentazione (abbuffate) esitano nella Bulimia Nervosa e nel Binge Eating. Il lavoro di riabilitazione nutrizionale con queste pazienti è una parte importante del trattamento e una strategia fondamentale nell’ambito della terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E) e prevede l’adozione dell’alimentazione regolare strutturata in 3 pasti più 2 spuntini pianificati in anticipo in modo da ridurre il rischio delle abbuffate, le preoccupazioni per l’alimentazione, la sensazione di pienezza (legata al ritardo nello svuotamento gastrico) e dare struttura alla giornata alimentare. Qualsiasi dieta che preveda ulteriori restrizioni (es. nei carboidrati) non solo non è utile ma è addirittura dannosa con queste pazienti (ad eccezione di quelle che hanno un’indicazione medica per dover eliminare alcuni alimenti, es. per allergie o celiachia), il cui obiettivo è uscire da un disturbo dell’alimentazione e quindi portare avanti un’alimentazione flessibile e sostenibile, riducendo le preoccupazioni tipiche del disturbo, conseguenza dell’eccessiva valutazione di peso, forma del corpo e alimentazione e del loro controllo. Aiutare le pazienti ad affrontare i fattori di mantenimento del disturbo significa aiutarle a superare la paura che certi alimenti abbiamo un potere ingrassante di per sè, a pesarsi una volta a settimana per non dare valore pesandosi troppo frequentemente a minime variazioni di peso legate ai cambiamenti nello stato idrico del corpo, ridurre le preoccupazioni per la forma del corpo insegnando loro a guardarsi in modo realistico, investire e trarre piacere da altri ambiti di vita fonte di autostima come le relazioni sociali, danneggiate profondamente dal disturbo alimentare.

 

Trattamento cognitivo-comportamentale dell’anoressia nervosa nell’adolescenza

I disturbi dell’alimentazione sono disturbi complessi da un punto di vista sia psichico sia organico e molto diffusi nella popolazione generale; le stime di prevalenza si attestano attorno al 5-15%. La massima incidenza di questa disturbi la troviamo nella fascia di età 14-18 anni, quindi nella prima adolescenza. Questa è la ragione per cui è di estrema importanza riconoscere tempestivamente i primi segni di disturbo alimentare e intervenire con trattamenti efficaci e specialistici, evitando in questo modo la cronicizzazione del disturbo e le conseguenze negative su un piano medico, psichico, sociale e familiare.

I sintomi alimentari sono dei rimedi, delle strategie utilizzate dai pazienti per controllare problemi psicopatologici più profondi quali: un senso pervasivo di inefficacia personale (i pensieri, le azioni, i bisogni sono etero-determinati, non originano attivamente dall’interno), difficoltà a identificare le emozioni, le sensazioni, gli stati interni, identità personale fragile/non strutturata (che va oltre la diffusione d’identità tipica della fase evolutiva adolescenziale), focalizzazione sull’immagine corporea e sua distorsione. L’autostima personale, il proprio senso di efficacia personale, che caratterizza ogni essere umano e che si gioca in vari domini esistenziali, in pazienti con disturbo alimentare si gioca in un unico dominio che è quello del controllo del peso e dell’alimentazione. Le strategie di controllo sono il bersaglio del trattamento, ma è importante riconoscere come terapeuti e far riconoscere ai pazienti, il significato e la funzione che svolgono, prima di poter pensare di motivare al trattamento; esse sono tese a ridurre il senso di pericolo e di vulnerabilità percepita. Il nucleo psicopatologico dei DCA è costituito da convinzioni nucleari profonde che oscillano tra le polarità competente/efficace e incompetente/inefficace. I pazienti cercano di rappresentarsi mentalmente come efficaci attraverso un controllo estremo e rigido dell’alimentazione e la perdita di peso. Tali strategie di controllo sono efficaci nell’anoressia (AN), parzialmente efficaci nella bulimia (il controllo è interrotto dalle abbuffate) e inefficaci nel disturbo da alimentazione incontrollata.

Nel trattamento degli adolescenti, così come negli adulti con AN,  è necessario tenere presente le conseguenze organiche del disturbo che variano a seconda dell’età, della durata di malattia, della gravità del sottopeso: alterazioni cardiache, endocrine, elettrolitiche, del metabolismo osseo, ematologiche e gastro-enteriche. E’ necessario conoscere gli effetti del sottopeso anche sul piano cognitivo, emotivo e sociale: aumento dell’irritabilità, della depressione, dell’ansia, deficit dell’attenzione e di memoria, aumento dell’ossessività e bisogno di certezza, isolamento sociale e riduzione del desiderio sessuale.

Il trattamento cognitivo-comportamentale migliorato per gli adolescenti (CBT-Ea) è stato sviluppato nel 2008 presso l’Unità Funzionale di Riabilitazione Nutrizionale della Casa di Cura Villa Garda in collaborazione con il Prof. Fairburn dell’Università di Oxford e deriva dalla CBT-E per gli adulti. Le linee guida NICE (2017) hanno inserito questo trattamento tra gli interventi supportati da evidenze scientifiche per gli adolescenti con DCA, rappresentando oggi una valida alternativa al trattamento basato sulla famiglia. Si tratta di un trattamento non complesso da comprendere e ricevere, che include strategie per ingaggiare e motivare il paziente facendolo sentire parte attiva del percorso di cura e in controllo (aspetto importante per questa tipologia di pazienti), che adotta un approccio flessibile adattabile alle differenze individuali. Gli obiettivi dell’intervento sono quattro: 1) Motivare il paziente nella decisione di cambiare, un assunto fondamentale è che non vengano adottate strategie prescrittive o coercitive che aumenterebbero solo la resistenza al cambiamento della persona; 2) Affrontare la psicopatologia del DCA: basso peso (se presente), modo sbagliato di alimentarsi, preoccupazione per l’alimentazione, peso e forma corporea, comportamenti estremi di controllo del peso (uso diuretici e lassativi, eccessiva attività fisica, abbuffate e vomito auto-indotto); 3) Correggere i meccanismi di mantenimento del disturbo (specifici del paziente, ad es. il perfezionismo clinico); 4) Assicurare il mantenimento dei cambiamenti ottenuti e prevenire le ricadute. L’intervento adotta strategie cognitivo-comportamentali, sebbene si favoriscano principalmente cambiamenti strategici nel comportamento per ottenere cambiamenti cognitivi (nel modo di pensare). I genitori vengono coinvolti nel trattamento, sebbene questo non sia sempre necessario, e lo psicoterapeuta deve aiutarli a comprendere il funzionamento del disturbo, la natura del trattamento e il loro ruolo di supporter nell’evoluzione dei cambiamenti del figlio/a. Devono essere aiutati a eliminare le critiche e l’eccessivo controllo, due aspetti spesso presenti in queste famiglie, data l’estrema preoccupazione per la salute del figlio. Previo consenso del paziente, i genitori possono essere coinvolti nell’aiutarlo/a ad applicare alcune strategie e procedure del trattamento. In linea generale vengono visti alla fine di una seduta individuale paziente-terapeuta, con il paziente per circa 15 minuti e con una frequenza di una volta ogni 5 sedute.

Le ricerche condotte sino ad oggi sembrano indicare un’ efficacia superiore di questo trattamento negli adolescenti, che raggiungono obiettivi di peso salutare (IMC< 19) in tempi più brevi.

Pagina 1 di 2

Powered by WordPress & Tema di Anders Norén

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: